IV Congresso Federazione Europa
13-15 aprile 2007 - Bruxelles rue Rouppe, 4

documento congressuale adottato dalla segreteria il 10 febbraio

noi comunisti siamo come i semi e il popolo è come la terra,
dobbiamo mettere radici e fiorire in mezzo al popolo
Mao Tze-tung

Gli Stati Uniti hanno finanziato la loro economia ed il loro enorme debito con il dollaro quale valuta mondiale di riferimento (dice niente la parola “petrodollari” ?). Ogni anno vengono investiti nella borsa di New York centinaia di migliaia di miliardi di dollari provenienti da tutto il mondo a finanziare il debito Usa. Il crollo del dollaro come moneta di scambio internazionale avrebbe ripercussioni tremende per gli Usa: da scenario Argentina. Per mantenere questa situazione l’Amministrazione statunitense attua la politica della guerra permanente. Non focolai di guerra per finanziare il complesso militare industriale e per sovvenzionare le imprese statunitensi che altrimenti sarebbero fuori mercato (vedi Boeing) ma vere e proprie guerre. Lo stato di guerra permamnete è necessario agli Stati Uniti poiché permette loro il controllo degli alleati recalcitranti e al contempo il mantenimento del sistema mondiale basato sul dollaro. Per l’impero d’oltre Atlantico non ci possono essere potenze, anche potenzialmente rivali. Il multipolarismo creerebbe il disastro per gli Usa. La guerra in Iraq è stata una guerra contro l’Euro e per questo tutti gli europei (tranne i Berlusconi di turno e la sterlina inglese) erano contrari. Il futuro quindi sarà ancora pieno di guerre poiché l’Europa non ha ancora la potenza sufficiente per scalzare il dollaro con l’Euro e segue pedissequamente le scelte dell’Impero a stelle e strisce. La guerra in Afghanistan è una guerra contro la Cina e contro la Russia, peraltro aggredita anche nei suoi confini sud occidentali (Cecenia e Ucraina). In questo scenario va inclusa anche la necessità di accappararsi energia

La competizione intercapitalista permane e si accentua. Dovunque, infatti, in occidente, congiuntamente, prosegue l’opera di razionalizzazione del modo capitalistico. Innovazione di prodotto e di processo sono gli imperativi di base sui quali si gioca la conquista di mercati altrui.

In tutta Europa si sta ultimando la razionalizzazione che ha caratterizzato la fase di sviluppo del capitalismo del post crollo del muro. Lo smantellamento dello stato sociale da un lato e la continuazione della crisi di sovrapproduzione dall’altro hanno caratterizzato questa fase.

Il nostro vivere quasi dovunque in Europa ci permette di trasformare il vissuto in conoscenza e quindi analisi politica. Nel Regno Unito, come in Norvegia, come ci testimonia Luca da Stavanger, il blairismo, la socialdemocrazia di questa fase, ha distrutto, per esempio, la sanità pubblica. In troppi sono obbligati a traversare la Manica, per andare in Francia e in Grecia, per farsi ricoverare in ospedali degni di questo nome. Ciò che funziona è solo per i ricchi. D’altro canto l’attacco al salario, la flessibilizzazione della forma lavoro hanno assestato un colpo durissimo alla capacità di organizzazione dei lavoratori. Si sta imponendo un modello di capitalismo di tipo feudale trasformando il lavoratore a servo della gleba. Come definire altrimenti il cottimo a telefonata per i lavoratori dei call center, o quello dei medici ed infermieri dei pronto soccorso? Obbligo, per questi lavoratori, di presenza la notte ma pagamento a paziente curato. Nessuna urgenza la notte? Quest’ultima passa in bianco … nel senso del salario. La direttiva Bolkestein accrescerà e normalizzerà il processo in atto, sempre più a spese dei lavoratori in uno scontra tra poveri con quell’enorme esercito salariale di riserva che sono i disoccupati.

Le istituzioni europee sono funzionali a tale disegno. La Commissione (l’esecutivo dell’Unione) ho il compito di rendere a norma europea il servaggio del moderno proletariato. Le successive liberalizzazioni - leggi privatizzazioni ­ che la Commissione europea ha imposto a qualsiasi forma di gestione della cosa pubblica da parte dello Stato, ovvero della collettività, da imporre ai paesi membri riottosi (a causa di forti movimenti sociali) oltre a normalizzare e “razionalizzare” il capitalismo europeo sono state il pilastro ideologico per costruire un’egemonia culturale basata dell’individualità a scapito del tessuto connettivo solidaristico creato da decenni di lotte operaie. Per esempio la privatizzazione dell’ente per l’energia elettrica ha prodotto in Belgio ben 29 diversi prezzi del Kwh a seconda della zona dove opera o operano (in cartello) i distributori privati di energia elettrica. Viene così a scomparire la tariffa unica che da decenni comprendeva il prelievo di solidarietà per finanziarie i consumi elettrici delle utenze a basso reddito. La direttiva Bolkestein, la privatizzazione dei beni comuni: l’acqua, la conoscenza etc. hanno imposto non solo vecchi rapporti sociali di stampo feudale ma anche un sentire comune per il quale capitalismo è bello e, soprattutto unico e democratico. Invece è la spoliazione di ogni diritto.

La conclusione del percorso derivato dalla crisi da sovrapproduzione ha portato i padroni a cercare i profitti in occidente non già nelle merci prodotte nelle fabbriche manifatturiere, ormai delocalizzate nei paesi a basso costo di mano d’opera, ma inventando un nuovo tipo di merce: il sapere. Il capitalismo si appropria della conoscenza, la trasforma in merce e la vende per profitto. Veniamo quindi espropriati della principale fonte di emancipazione: la conoscenza. Il furto della conoscenza che ci viene fatto impedisce di acquisire gli strumenti dell’emancipazione. La lotta per l’emancipazione ha oggi come primo passo la lotta per la diffusione e la condivisione del sapere. Compare allora il concetto di proprietà intellettuale. Proprietà intellettuale è il copyright sui libri, sulla musica, sull’arte in genere. Proprietà intellettuale ­ ovvero rapina - è il brevetto sulle sementi e sulle razze animali da alimentazione (carne e latte). Perché mai i pronipoti di Pirandello devono poter reclamare i diritti di copyright sulle opera del trisavolo a 70 anni dalla sua morte: questa è rendita parassitaria e limitazione della diffusione del sapere,altro che difesa del lavoro dell’artista! Perché mai il contadino indiano deve pagare royalties alla multinazionale di origine statunitense per ogni kg di sementi prodotte del suo riso quando da secoli coltiva quel tipo specifico di riso oggi di “proprietà” di un altro ? Per questo la proprietà è un furto e la proprietà intellettuale è una rapina. La crescita culturale e politica dei militanti e dei dirigenti del Partito e delle masse popolari deve essere quindi il compito prioritario sul quale consolidare ed allargare il consenso alla nostra Federazione. Non a caso Antonio Gramsci diceva ai giovani militanti del Partito comunista: “studiate, studiate, studiate”. Sapere significa avere gli strumenti per combattere ed emanciparsi: dobbiamo sapere per essere.

Anche il capitalismo italiano tenderebbe a “razionalizzarsi”. L’appoggio delle grandi industria, non delle pmi, a Prodi in campagna elettorale, come gli attuali, forti attacchi contro Prodi per la lentezza di realizzazione del processo fanno parte di questo processo. Prodi, Bersani e Padoa Schioppa portano avanti questo disegno ma il Paese, ed in primis loro e la borghesia nazionale non sono in grado, culturalmente di affrontare tale fase; la borghesia italiana non ha infatti un progetto di società. L’Italia è un paese ormai in via di dissoluzione. Si inizia il processo ma questo va controllato per ragioni di potere, come accaduto per il caso Telecom.

Dal Partito leggero di pidiessina memoria allo Stato leggero, l’ambito “culturale”, si fa per dire, è quello della destrutturazione sociale a cui si associa assenza di cultura dello Stato da una parte e incapacità di comprensione del futuro e dell’essere dall’altra. Le forze del centro-sinistra hanno ‘subito’ e fanno parte di un quadro di riferimento dominato dall’egemonia ‘culturale’ berlusconiana, quest’ultima peraltro profondamente radicata nella società a livello generale e nei comportamenti individuali.

Nel passato abbiamo affrontato la questione relativa al futuro dell’Italia, ma alla domanda circa quale futuro offrirebbe il nostro Paese ai nostri figli tanto da tornarci la risposta continua ad essere negativa.

Del resto l’emigrazione dall’Italia verso altri Paesi continua. La favola bella della mobilità che ci raccontano ci dice che l’emigrazione di oggi è diversa, non più con la valigia di cartone; che si tratta di mobilità intellettuale, che conosce le lingue. Un’inchiesta è necessaria per avere i dati che confutino questa favoletta tutta ideologica che vuole mascherare una crisi più ampia di quelle del passato. Eppure ognuno di noi sa, guardandosi attorno, che la realtà è diversa e non ci sono fatine turchesi. Non c’è mobilità: c’è emigrazione, ancora. Di giovani e meno giovani, permanenti, stagionali, momentanei per tanto tempo; c’è il ritorno di quelli che sono tornati in Italia. Anni di sacrifici per comprarsi la casa “al paese” per essere ancora una volta emigrati a casa propria, dove nulla funziona, nulla è garantito: si è ancora una volta stranieri, ma stavolta in Patria; ed alla fine in molti tornano nel Paese dove hanno vissuto e lavorato.

A questo popolo italiano costretto all’emigrazione per ragioni economiche e di civiltà, la parte migliore dell’Italia che non si arrende, che noi siamo, ci rivolgiamo. Parte di popolo che non è mai riuscita a diventare parte della classe dirigente dei paesi dove vive e lavora, in grande maggioranza senza titoli di studio superiori eppure politicamente matura nel considerarsi, giustamente, cittadino.

Il voto dell’emigrazione all’Unione, a Prodi, in particolare in Europa, non é stato casuale. Nasce dalla consapevolezza, sulla propria pelle, delle differenza tra la propria realtà, dove il neofascismo Berlusconiano era rifiutato, e quella italiana dove è diventato normale pensare che i neofascisti alla Fini, i fascisti tout court, dalla Mussolini ai Romagnoli e via schifeggiando, possano “naturalmente” stare al governo e con i quali si possa debba dialogare. Le farneticazioni di Napolitano stanno li a dimostrarcelo.

In Italia nessuno credeva, poiché ignorante della nostra realtà, in un voto a sinistra degli emigrati. Eppure il divario di civiltà tra l’Italia berlusconiana alleata con i fascisti ed i governi pur conservatori era enorme e denunciato in ogni occasione possibile dall’informazione di ogni Paese. Anche nel Partito c'era scetticismo. Eppure il risultato di Marisa è stato eccezionale e non nasce sotto il cavolo, nasce da una precisa strategia e tattica elettorale. Ricordate, non è stata casuale la scelta di una candidata donna. Sapevamo che gli altri partiti avrebbero candidato solo vecchi tromboni e solo maschi. Abbiamo scelto la carta del rinnovamento, del femminile contro la tradizione conservatrice ed abbiamo avuto ragione. Anche se è necessaria una riflessione sul fatto che il voto donna non ha premiato come pure ci attendevamo.
Del resto non si è trattato di un voto ideologico, una cambiale in bianco. L’emigrazione ha dato dimostrazione di maturità. Ha votato in massa per il centro sinistra ma lo ha punito, al seguente voto referendario, subito dopo averne visto i primi, incerti, deboli, errati passi. Come considerare, se non una vigliaccata, prima ancora che un errore, l'abolizione del ministero per gli italiani nel mondo? Chi ha dato la maggioranza all’attuale maggioranza ? eppure Prodi ha battuto ogni record di ministri, vice e sottosegretari: 102. Tra questi solo un viceministro senza portafoglio e strutture. A prescindere dalle qualità, si fa per dire, di chi quell’incarico ricopre.

In merito alla partecipazione al voto registriamo la scarsa affluenza al voto degli emigrati come la non totale rappresentatività per quelli che non sono iscritti nelle liste elettorali. Le ragioni di tale situazione ci sono note: l'incapacità di avere una unica lista degli italiani all'estero, sia per le incapacità croniche dell'amministrazione nazionale, sia per le gelosie circa chi debba definire le liste tra Ministero degli interni, Mae, Consolati etc.; sia perché non ci si iscrive. Per quale motivo però criticare la “disaffezione” al voto degli emigrati dopo decenni di abbandono: buoni utili solo a inviare la rimesse per aiutare la bilancio delle partite correnti nazionale; Ovvero se, quando c'é una novità (immaginiamo che) quanto percepiscono le masse sono piuttosto “le ombre” offerte dal governo Prodi di cui pure il PdCI fa parte ? e “l’ombra” principale è la mancata realizzazione della principale promessa elettorale: discontinuità e cambiamento. Non è avvertito, ne c’è, il mutamento. Ancora una volta, manca un progetto di società; si pensa alla cosa privata piuttosto che a quella pubblica. Il programma resta un bel libro. Alcuni nomi e parole pesano molto sull’immagine e la fiducia del governo: Rovati (da tangentopoli ai pizzini a Tronchetti Provera), Mattarese, indulto, conflitto di interessi, la ministra Turco che ha bisogno dell’inchiesta de l’Espresso sull’ospedale Umberto I di Roma per accorgersi della mala sanità, il raddoppio della base Usa di Vicenza, la permanenza in Afghanistan, il ministro Dominici contro l'abrogazione della legge Biagi, il Rutelli celerino a Vicenza, e chi più ne ha più ne metta. I boiardi fascisti e berlusconiani sono rimasti al loro posto. Il famigerato ufficio 4 del MAE resta famigerato. A Bruxelles l’illegale nomina di una direttrice dell’Istituto di cultura appartenente al clan dei Giuliano Ferrara, voluta da Fini, non solo resta impunita ma viene riconfermata dal ministro D’Alema, e via elencando. Solo ombre, o anche luci ? Pochi sprazzi ancorché significativi e solo grazie alla presenza dei comunisti nel governo: il via dall’Iraq, la regolarizzazione dei precari, i pacs etc.

Stare nel governo allora, anzi stare in questo governo ? molti compagni si pongono, in maniera angosciata, questa domanda. La risposta é tutta politica e non deve essere contaminata dalle pur nobili reazioni emotive. Se ci lasciassimo prendere da queste ultime abrogheremmo al nostro essere che, vale la pena di essere rammentato, é quello di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari. Certo alle proposte repressive del neo celerino Rutelli bisognerebbe rispondere con un chiaro: a casa piacione, siamo contro i manganelli contro la democrazia. Purtuttavia la domanda che dobbiamo porci immediatamente é: caduto il governo Prodi, il fascista Fini agli interni sarebbe meglio di Amato e Rutelli ? La lista degli incubi é, purtroppo infinita, dal Nano a Castelli passando per Calderola. Non sentire già montare l'orticaria? Ancora più semplice, partiamo da noi. Siamo ed eravamo ben al corrente che i nostri eletti nelle elezioni municipali in Belgio, piuttosto che in Germania, o altrove avrebbero fatto parte di maggioranze di centro-sinistra con le quali poco o nulla hanno di comunista, eppure i nostri candidati tali maggioranze avrebbero o hanno, in quanto eletti, contribuito a creare. Quando abbiamo deciso un’alleanza elettorale conoscevamo gli alleati: in Belgio i Socialisti o i Verdi, in Germania con la Pds/Di Linke, in Italia - mutatis mutandis - i Rutelli ed i Mastella. Con loro, insieme abbiamo scalzato il nano.

Il governo di centro-sinistra subisce continui attacchi da parte dei poteri forti perché, come dicevamo, la presenza dei comunisti ostacola la razionalizzazione darwiniana che ha in testa Montezemolo. Ancora più insidiosi e forti sono, però, gli attacchi che al governo Prodi 2 porta l'Amministrazione Bush. L'Italia, in quanto colonia statunitense, non può uscire dai binari atlantici, ecco quindi interventi non più solo indiretti, ma diretti, apertissimi e pesantissimi, vedi la lettera dei 6 ambasciatori, per esempio, con lo scopo di destabilizzarne il governo, farlo cadere per espellerci, ovvero per un'ipotesi neocentrista a stelle e strisce come nel '48. L'ipotesi anticomunista prevista da Washington vede da una parte il fedele servo Berlusconi o, appunto un'ipotesi neo centrista sono le due alternative consone e pronte alla bisogna nord americana. Far vivere questo governo é dunque vitale pur in presenza di "mal di pancia" (per utilizzare un eufemismo). La nostra espulsione dal governo significherebbe l'affondo finale ai pochi diritti dei lavorati ancora in piedi, che solo noi comunisti vogliamo difendere; significherebbe una bella vittoria per la CIA. Come esposto precedentemente la situazione per gli Usa é di grande difficoltà e per questo non possono permettersi alleati anche solo un pochino critici. Per questo su Vicenza Prodi é stato così servo. Dal punto di vista dei padroni, i rapporti inter imperialistici e di classe non devono essere modificati: anche un solo granello nella ruota si può trasformare nella sabbia che blocca l'ingranaggio. Il PdCI, oggi, é quel granello. Rammentiamoci infine i rapporti di forza; ovvero quanto noi siamo ancora troppo piccoli per poter imporre una linea quale tutti noi ci attenderemmo da un governo di centro sinistra.

Affrontare la questione relativa al sostegno al governo non é questione ideologica o un dibattere fino a stesso; essa ci riguarda direttamente come federazione in quanto in occasione delle prossime elezioni potremmo avere nostri deputate e senatori eletti; non solo a difendere i nostri diritti di cittadini residenti oltr'alpe, ma anche legislatori di nuove, migliori condizioni di vita per i connazionali con noi residenti all'estero. In un governo che non può che essere di sinistra o, più credibilmente, di centro/sinistra. Viste le condizioni disastrate e di disfacimento del nostro Paese potremmo avere un atteggiamento di distaccato snobbismo verso i nefasti della penisola, la condizione propria che ci contraddistingue ci obbliga invece ad avere una relazione politica, ancorché contraddittoria, con l'Italia.

Per conseguire tale risultato sono necessarie scelte di lungo periodo e un nuovo impegno dei compagni della federazione nella costruzione del Partito e nel promuovere iniziative da portare avanti. Il percorso lo decidiamo in questo congresso, ma ci guiderà per i prossimi anni. Un lavoro scadenzato da impegni precisi e complessi, ma che si realizzerà solo attraverso una profonda modifica del nostro essere e fare Partito in ogni situazione. Abbiamo una situazione difficilmente riassumibile a causa del quadro generale di disomogeneità. Ottima e duratura presenza di massa in alcuni luoghi, assenza totale in altri. L'iniziativa politica é in generale scarsa e non é un caso che si rifletta nel tesseramento. L'iniziativa politica é necessaria per far crescere un movimento di partecipazione delle masse alla comune emancipazione. Nello svolgimento delle iniziative si incontrano poi altre/i compagne/i, a volte veri e propri quadri, i quali si aggiungono al comune lavoro, permettendo un po' di respiro al singolo. E' imprescindibile che ogni sezione abbia almeno due quadri di riferimento in grado di guidare l'organismo di cui fanno parte in caso di impedimento dell'altra/o. Obiettivo per il prossimo congresso é quello dunque che ogni organismo di partito presente sul territorio abbia almeno due responsabili da indicare nella lista dei responsabili; Ciò riguarda anche la direzione complessiva della Federazione, ovvero il segretario della federazione, non solo le cellule e le sezioni. Insomma dobbiamo preparare i quadri. La formazione della Fgci della federazione avrà questo compito tra i primi, per alleggerire anche anagraficamente le responsabilità di direzione politica.

La mancata elezione a deputata per pochissimo di Marisa ci deve far assumere grandi responsabilità per il futuro: verso i nostri connazionali e verso noi stessi. Dobbiamo innanzi tutto consolidare la nostra presenza dove già esistono organismi del Partito, e poi allargare la presenza sul territorio. Tre/4 gli obiettivi da raggiungere per il prossimo congresso: a) avere una presenza stabile e organizzata in Gran Bretagna e in Lussemburgo, b) allargare su tutto il territorio tedesco la nostra struttura organizzativa, c) stabilizzare ed allargare la presenza in Francia d) stante l'attuale sviluppo in Belgio ok così, altrimenti lavoro per presenza in ogni regione consolare. Passare la quota dei mille tesserati. (sul tesseramento ci sarà una specifica parte nel congresso).

La decisione di essere presenti sul territorio a livello istituzionale riguarda linea condivisa e praticata. Laddove possibile abbiamo presentato nostri candidati alle elezioni dei comuni di residenza con i partiti più consoni al nostro ovvero con quelli che offrono più spazio politico. La presenza nelle istituzioni amministrative locali é importante poiché anche in quella sede possiamo intervenire per migliorare le condizioni di vita dei nostri connazionali. Le realtà che viviamo spesso sono drammatiche, nel ricco Belgio, per esempio, la cui provincia delle Fiandre è la provincia più ricca d’Europa e dunque del mondo, 1 milione e 600 cittadini vivono al di sotto della soglia di povertà (il 16/17%) e Colfontaine é la provincia con il più alto tasso di disoccupati d'Europa, più della Calabria e, guarda caso, é una provincia a grandissima presenza italiana. Elementi di modificazione delle condizioni di vita passano anche attraverso le municipalità (almeno in Belgio). Da questo ambito, é ancor di grande rilievo la situazione degli organismi che direttamente ci rappresentano: Comites e Parlamento nazionale.

Comites. Il giudizio su tali organismi non può che essere negativo. Alla grande mobilitazione elettorale non ha mai fatto seguito, e ancor meno questa volta, un rapporto con le masse. La presenza nei Comites é servita a moltissimi per creare rendite di posizione per far parte della spartizione delle prebende consolari. Per quanto non fanno, potremmo definirli enti inutili, eppure il Comites é uno strumento che ci può permettere presenza ed influenza politica utile ai connazionali. Dalla gestione diversa dei fondi, alla trasparenza degli atti e all'apertura alla cittadinanza, alla definizione collettiva di iniziative e di controllo. Dobbiamo dunque essere presenti nei Comites ed elaborare una linea di condotta e di proposta politica per il loro rafforzamento come stabilimmo nel programma elettorale scorso.

Come presentarci ? la formazione di una lista unitaria del centro- sinistra è stata utile e necessaria. Possiamo però ancora definire unitaria quella lista? Dovunque le liste per i Comites, come quelle per il Parlamento italiano si sono rivelate essere comitati elettorali per i notabili e vecchi tromboni. Ogni promessa di protagonismo, collegialità, nella gestione etc. é stata vanificata. Il nostro ruolo, come quello di moltissimi bravi compagni é stato quello di portatori d'acqua. I comitati dell'Unione di fatto sono sciolti. Non possiamo permettere di essere identificati in questo modo di fare politica: perché sbagliato e perché questo non é il modo di fare politica dei comunisti, il nostro modo. Il riferimento alla partecipazione e alla condivisione delle scelte é la base del nostro essere comunisti.

Per questi motivi, in occasione delle prossime elezioni dei Comites dobbiamo essere pronti a presentarci, se necessario, con nostre liste in ogni situazione dove siamo attivi. In ogni caso il nostro obiettivo é quello di avere nostre/i compagne/i elette/i in almeno una dozzina di Comites e un paio di presidenti. Qualora fossimo obbligati a praticare questa scelta dobbiamo comporre liste con un simbolo unico in tutta Europa. Una sfida difficile ma che se ci deve vedere impegnati complessivamente per portare ottimi risultati. La questione é delicatissima poiché le conseguenza si protrarrebbero anche a livello di liste per il rinnovo dei mandati parlamentari della circoscrizione Europa.

Lo sviluppo di una politica unitaria a sinistra é nella nascita stessa del Partito. L'aver quindi intrapreso un lavoro unitario con Rifondazione e con i verdi é il frutto di questa volontà. Con Rifondazione abbiamo lanciato la campagna, la petizione, per un nuovo rapporto tra RAI e cittadini italiani residenti in Europa. Con i verdi stiamo costruendo una sezione unitaria in Belgio a Charleroi. Dobbiamo continuare la strada della confederazione a sinistra con la pratica delle lotte e delle iniziative; non facendo i portatori d'acqua ma nemmeno le mosche cocchiere. Dobbiamo sviluppare maggiormente iniziative unitarie, e cercare di lavorare insieme, laddove possibile con tutte le forze, associative ed individuali, disponibili all'emancipazione dei cittadini italiani in Europa

Unitarietà ed apertura ai rapporti politici non solo con le organizzazioni a sinistra, ma anche e più diffusamente a livello di massa. Abbiamo dato vita ad alcune "associazioni culturali Gramsci" in Bruxelles, Lyon e Birr (Svizzera). Dobbiamo costituire dovunque siamo presenti queste associazioni culturali, distinte dal Partito e con attività prevalentemente culturali. Associazione che deve essere strumento di realizzazione della nostra proposta politica di base: identità ed integrazione, strumento di formazione culturale e lingua italiana, divulgazione ed appoggio alla trasformazione in legge della nostra proposta sull'insegnamento della lingua e della cultura italiana all'estero (proposta legge 1214), strumento di crescita culturale della cittadinanza e presa di coscienza del proprio essere: una comunità. Appunto: identità ed integrazione. Il Gramsci in Europa deve diventare una rete di associazioni con questo scopo e che veda al lavoro non solo le/i compagne/i del Partito ma anche, e soprattutto individui, intellettuali e non che non desiderano essere coinvolti nella militanza e che non necessariamente condividano il programma o le finalità del Partito ma che vogliono e possono esprimersi nel lavoro culturale di massa.