Principi
del Comunismo
Friedrich Engels (1847)
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Il seguente scritto di Engels non è altro che un abbozzo che corrisponde
alla fase preparatoria del Manifesto.
E' stato pubblicato per la prima volta nel 1914. Trascritto per Internet da
Ivan A., Luglio 1999
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1.
Che cos'è il comunismo?
Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato.
2. Che cos'è il proletariato?
Il proletariato è quella classe della società, che trae il suo
sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal
profitto di un capitale qualsiasi; benessere e guai, vita e morte, l'esistenza
intera della quale dipende dalla domanda di lavoro, cioè dall'alternarsi
dei periodi d'affari buoni e cattivi, dalle oscillazioni d'una concorrenza sfrenata,
il proletariato o classe dei proletari è in una parola la classe lavoratrice
del secolo decimonono.
3. Non sempre, dunque, ci sono stati dei proletari?
No. Ci sono sempre state classi povere e lavoratrici; e le classi lavoratrici
sono state per lo più povere. Ma non ci sono stati sempre poveri, lavoratori
che vivessero nelle condizioni ora indicate, così come la concorrenza
non è stata sempre libera e sfrenata.
4. Com'è sorto il proletariato?
Il proletariato è sorto in seguito alla rivoluzione industriale che si
è verificata in Inghilterra nella seconda metà del secolo scorso,
e che da allora in poi si è ripetuta in tutti i paesi civili del mondo.
Questa rivoluzione industriale venne prodotta dall'invenzione della macchina
a vapore, dalle varie macchine tessili, dal telaio meccanico e da tutt'una serie
di altri congegni meccanici. Queste macchine, che erano molto costose e quindi
potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, trasformarono tutto il
modo di produzione esistente e soppiantarono i lavoratori che c'erano stati
fino ad allora, giacchè le macchine fornivano le merci a più basso
prezzo e migliori di quanto potessero produrle i lavoratori con i loro filatoi
e telai imperfetti. Così quelle macchine diedero l'industria completamente
in mano ai grandi capitalisti e tolsero ogni valore alla poca proprietà
degli operai (strumenti da lavoro, telai ecc.), cosicchè i capitalisti
ebbero ben presto tutto nelle loro mani, e ai lavoratori non rimase nulla. In
tal modo era introdotto il sistema della fabbrica nella produzione delle stoffe
da vestiario. Una volta dato l'impulso iniziale all'introduzione delle macchine
e del sistema della fabbrica, questo sistema fu applicato prestissimo anche
a tutte le altre branche dell'industria, specialmente alla stampa delle stoffe
e alla tipografia, all'arte vasaria e all'industria della lavorazione dei metalli.
Il lavoro venne diviso sempre più fra i singoli operai, cosicchè
il singolo operaio, che prima aveva fatto tutto un pezzo di lavoro, ora faceva
solo una parte di questo pezzo. Questa divisione del lavoro rese possibile che
i prodotti potessero essere forniti più rapidamente e quindi a minor
prezzo. Essa ridusse l'attività di ogni singolo operaio a un movimento
meccanico semplicissimo, ripetuto ogni momento, che poteva essere compiuto non
solo altrettanto bene ma anche molto meglio da una macchina. In questo modo
tutte quelle branche dell'industria caddero, una dopo l'altra, sotto il dominio
della forza-vapore, delle macchine e del sistema della fabbrica, proprio come
la filatura e la tessitura. Con questo però caddero allo stesso tempo
completamente nelle mani dei grandi capitalisti, e anche qui venne sottratto
ai lavoratori l'ultimo avanzo di autonomia. A poco a poco, oltre la manifattura
vera e propria, anche l'artigianato cadde sempre più sotto il dominio
del sistema della fabbrica, poichè anche i grandi capitalisti soppiantarono
sempre più i piccoli mastri capi d'arte impiantando grandi laboratori
i quali permettono il risparmio su molte spese e danno altresì la possibilità
di una grande divisione del lavoro. Così oggi siamo arrivati al punto
che nei paesi civili quasi tutte le branche di lavoro funzionano col sistema
della fabbrica, e che in quasi tutte le branche di lavoro l'artigianato e la
manifattura sono stati soppiantati dalla grande industria. A questo modo il
ceto medio esistente finora, specialmente i piccoli maestri artigiani, si sono
sempre più rovinati, le condizioni passate dei lavoratori si sono completamente
rovesciate, e sono state create due classi nuove, che a poco per volta inghiottono
tutte le altre, cioè:
I. La classe dei grandi capitalisti, che in tutti i paesi civili già
ora hanno il possesso quasi esclusivo di tutti i mezzi di sussistenza e delle
materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche) necessari per la produzione
dei mezzi di sussistenza. Questa è la classe dei borghesi o borghesia.
II. La classe di coloro che non hanno possesso alcuno, che sono costretti a
vendere ai borghesi il proprio lavoro per averne in cambio i mezzi di sussistenza
necessari per il loro sostentamento. Questa classe si chiama dei proletari o
proletariato.
5. A quali condizioni si attua questa vendita
del lavoro dei proletari ai borghesi?
Il lavoro è una merce come tutte le altre e il suo prezzo sarà
perciò determinato proprio secondo le stesse leggi del prezzo di ogni
altra merce. Ma il prezzo di una merce sotto il dominio della grande industria
o della libera concorrenza - il che, come vedremo, è poi tutt'uno - è
in media sempre uguale ai costi di produzione della merce stessa. Dunque. anche
il prezzo del lavoro è uguale al costo di produzione della merce stessa.
Ma il costo di produzione del lavoro consiste esattamente nella quantità
di mezzi di sussistenza necessaria a mettere l'operaio in condizione di rimanere
atto al lavoro e a impedire l'estinzione della classe operaia. L'operaio non
riceverà dunque per il suo lavoro più di quanto sia necessario
a questo scopo; il prezzo del lavoro o salario sarà dunque il minimo
necessario per il sostentamento della vita. Ma poichè i periodi degli
affari sono ora peggiori ora migliori, egli riceverà ora di più
ora di meno proprio come il fabbricante riceve ora più ora meno per la
sua merce. Tuttavia, come il fabbricante nella media dei periodi buoni e cattivi
non riceve per la sua merce più o meno dei costi di produzione, così
l'operaio in media non riceverà né più né meno di
questo stesso minimo. Ma questa legge economica del salario sarà attuata
tanto più rigorosamente quanto più la grande industria s'impadronirà
di tutte le branche del lavoro.
6. Quali erano le classi lavoratrici prima della
rivoluzione industriale?
Le classi lavoratrici hanno vissuto in condizioni differenti e hanno avuto posizioni
differenti di fronte alle classi possidenti e dominanti a seconda dei differenti
gradi di sviluppo della società. Nell'antichità coloro che lavoravano
erano gli schiavi dei proprietari, come ancora in molti paesi retrogradi e perfino
nella parte meridionale degli Stati Uniti. Nel medioevo erano i servi della
gleba della nobiltà proprietaria terriera, come sono ancora oggi in Ungheria,
Polonia e Russia. Inoltre, nel medioevo e fino alla rivoluzione industriale
vi erano nelle città garzoni artigiani che lavoravano al servizio di
maestri d'arte piccoli borghesi, e a poco a poco sorsero, con lo sviluppo della
manifattura, anche operai manifatturieri che venivano occupati da capitalisti
di una certa entità.
7. In che cosa il proletario si distingue dallo
schiavo?
Lo schiavo è venduto una volta per sempre; il proletario deve vendere
se stesso giorno per giorno, ora per ora. Il singolo schiavo, proprietà
di un solo padrone, ha l'esistenza - per miserabile che possa essere - assicurata
già dall'interesse di questo padrone; il singolo proletario, proprietà
per così dire dell'intera classe dei borghesi, il quale il lavoro viene
acquistato solo se qualcuno ne ha bisogno, non ha l'esistenza assicurata. Questa
esistenza è assicurata soltanto alla classe dei proletari nel suo insieme.
Lo schiavo si trova al di fuori della concorrenza, il proletario si trova nel
suo mezzo e ne risente tutte le oscillazioni. Lo schiavo è considerato
un oggetto, non membro della società borghese; il proletario è
riconosciuto come persona, come membro della società borghese. Lo schiavo
può quindi avere un'esistenza migliore del proletario, ma il proletario
appartiene a uno stadio di sviluppo superiore della società, e si trova
egli stesso su di un grado superiore a quello dello schiavo. Lo schiavo si emancipa
abolendo fra tutti i rapporti di proprietà privata solo il rapporto della
schiavitù e divenendo solo in tal maniera egli stesso proletario; il
proletario si può emancipare solo abolendo la proprietà privata
in genere.
8. In che cosa il proletario si distingue dal
servo della gleba?
Il servo della gleba ha il possesso e l'uso di uno strumento di produzione,
di un appezzamento di terra, verso cessione di parte del provento o verso prestazione
di lavoro. Il proletario lavora con strumenti di produzione altrui, per conto
altrui, e riceve in cambio parte del provento. Il servo della gleba cede, il
proletario viene ceduto. Il servo della gleba ha l'esistenza assicurata, il
proletario non l'ha. Il servo della gleba è al di fuori della concorrenza,
il proletario vi si trova in mezzo. Il servo della gleba si emancipa o fuggendo
nelle città per divenirvi artigiano o dando al suo signore del fondo
denaro invece di lavoro e prodotti divenendo libero fittavolo, o cacciando il
suo signore feudale e diventando proprietario egli stesso, in breve, entrando
in un modo o nell'altro nella classe possidente e nella concorrenza. Il proletario
si emancipa eliminando la concorrenza, la proprietà privata e tutte le
differenze di classe.
9. In che cosa il proletario si distingue dall'artigiano?
10. In che cosa il proletario si distingue dall'operaio
manifatturiero?
L'operaio manifatturiero dal secolo decimosesto fino al secolo decimottavo ha
avuto ancora quasi dappertutto uno strumento di produzione in proprio possesso:
il suo telaio, i filatoi per la sua famiglia, un campicello che coltivava nelle
ore libere. Il proletario non ha nulla di tutto questo. L'operaio manifatturiero
vive quasi sempre in campagna, in rapporti più o meno patriarcali col
suo signore del fondo o datore di lavoro; il proletario vive per lo più
in grandi città e i suoi rapporti col datore di lavoro sono esclusivamente
di denaro. L'operaio manifatturiero viene strappato alle sue condizioni di vita
patriarcali dalla grande industria, perde quel poco che ancora possedeva e diviene
in tal modo egli stesso proletario.
11. Quali furono le conseguenze immediate della
rivoluzione industriale e della scissione della società in borghesi e
proletari?
In primo luogo, l'antico sistema della manifattura o dell'industria fondata
sul lavoro manuale venne completamente distrutto in tutti i paesi del mondo
dai prezzi dei prodotti industriali che si facevano sempre più bassi
in seguito al lavoro fatto con le macchine. Con ciò tutti i paesi semibarbarici
che fino ad allora erano rimasti più o meno estranei allo svolgimento
storico, e la cui industria fino a quel momento si era fondata sulla manifattura,
furono strappati con la forza alla loro segregazione. Comprarono le merci più
a buon mercato dagli inglesi e lasciarono andare in rovina i propri operai manifatturieri.
Così, paesi che da millenni non avevano fatto alcun progresso, p. es.
l'India, sono stati rivoluzionati in pieno, e perfino la Cina si avvia ora ad
una rivoluzione. Si è giunti al punto che una nuova macchina, inventata
oggi in Inghilterra, nel corso di un anno priva del pane milioni di operai cinesi.
A questo modo la grande industria ha collegato tutti i popoli della terra, ha
agglomerato in un mercato mondiale tutti i piccoli mercati locali, ha preparato
ovunque la civiltà e il progresso, ed è arrivato a far sì
che tutto ciò che avviene nei paesi civili deve ripercuotersi su tutti
gli altri paesi. Cosicchè, se oggi gli operai si emancipano in Francia
e in Inghilterra, questo fatto deve trarre con sé in tutti gli altri
paesi rivoluzioni che prima o poi condurranno a loro volta all'emancipazione
dei rispettivi operai.
In secondo luogo, dovunque la grande industria è subentrata alla manifattura,
la rivoluzione industriale ha sviluppato al massimo grado la borghesia, la sua
ricchezza e la sua potenza, facendone la prima classe del paese. Ne è
stata conseguenza che dovunque ciò accadeva, la borghesia riuscì
ad avere in mano il potere politico e soppiantò le classi fino ad allora
dominanti, l'aristocrazia, i borghesi facenti parte delle corporazioni di mestiere
e la monarchia assoluta che rappresentava l'una e gli altri. La borghesia annientò
la potenza dell'aristocrazia, della nobiltà abolendo i maggiorascati,
cioè la inalienabilità della proprietà fondiaria, e tutti
i privilegi nobiliari; distrusse la potenza dei borghesi membri delle corporazioni
abolendo tutte le corporazioni di arti e mestieri e tutti i privilegi dell'artigianato.
Al posto dell'una e dell'altra pose la libera concorrenza, cioè quello
stato della società in cui ognuno ha il diritto di esercitare qualsiasi
ramo dell'industria e da nulla gli può essere impedito tale esercizio
se non dalla mancanza del capitale occorrente. L'introduzione della libera concorrenza
è dunque la pubblica dichiarazione che da quel momento in poi i membri
della società sono ormai ineguali fra di loro solo nella misura in cui
sono ineguali i loro capitali, che il capitale è divenuto la potenza
decisiva e che con ciò i capitalisti, i borghesi, sono diventati la prima
classe della società. Ma la libera concorrenza è necessaria all'inizio
della grande industria, perche è l'unico stato della società nel
quale possa sorgere la grande industria. Dopo aver così distrutto la
potenza sociale della nobiltà e dei borghesi delle corporazioni, la borghesia
distrusse anche la loro potenza politica. Come nella società si era elevata
a prima classe, così si proclamò prima classe anche in forma politica.
Lo fece mediante l'introduzione del sistema rappresentativo, che è fondato
sulla eguaglianza civile dinanzi alla legge, sul riconoscimento giuridico della
libera concorrenza e fu introdotto nei paesi europei nella forma delle monarchie
costituzionali. In queste monarchie costituzionali sono elettori soltanto coloro
che posseggono un certo capitale, quindi soltanto i borghesi; elettori-borghesi
eleggono i deputati, e questi deputati-borghesi eleggono, mediante il diritto
di rifiuto del pagamento delle imposte, un governo di borghesi.
In terzo luogo, la rivoluzione industriale ha sviluppato ovunque il proletariato
nella stessa misura in cui sviluppa la borghesia. Nella stessa proporzione in
cui i borghesi divenivano più ricchi, i proletari diventavano più
numerosi. Poichè, non potendo i proletari essere impiegati se non dal
capitale e il capitale non potendo aumentare se non mediante l'impiego del lavoro,
l'aumento del proletariato procede di pari passo con l'aumento del capitale.
Allo stesso tempo la rivoluzione industriale concentra tanto la borghesia come
i proletari in grandi città nelle quali l'industria può essere
esercitata col maggiore vantaggio, e con questo agglomeramento di grandi masse
in un solo punto dà ai proletari la coscienza della loro forza. Inoltre,
quanto più la rivoluzione industriale si sviluppa, quanto più
si inventano nuove macchine che soppiantano il lavoro manuale, tanto più
la grande industria riduce al suo minimo il salario, come già si è
detto, rendendo con ciò sempre più insopportabile la situazione
del proletariato. Così la rivoluzione industriale prepara una rivoluzione
della società da parte del proletariato, da un lato per il crescente
malcontento, dall'altro per la crescente potenza del proletariato.
12. Quali sono state le ulteriori conseguenze
della rivoluzione industriale?
La grande industria ha creato, con la macchina a vapore e con le altre macchine,
i mezzi per aumentare all'infinito in breve tempo e con poca spesa la produzione
industriale. La libera concorrenza che deriva necessariamente da questa grande
industria assunse prestissimo un carattere estremamente violento, data quella
facilità di produzione; una moltitudine di capitalisti si gettò
sull'industria e in breve tempo si produsse più di quanto potesse abbisognare.
Conseguenza ne fu che le merci fabbricate non potevano esser vendute, e che
sopravvenne una cosiddetta crisi commerciale. Le fabbriche dovettero fermar
le macchine, i fabbricanti fallirono e gli operai vennero a trovarsi senza pane.
Dappertutto si ebbe la più grande miseria. Dopo qualche tempo i prodotti
eccedenti furono venduti, le fabbriche ricominciarono a lavorare, il salario
salì e a poco a poco gli affari andarono di nuovo meglio che mai. Ma
non passò molto tempo, che si riebbe una produzione eccessiva di merci
e che sopravvenne una nuova crisi, che tornò a seguire lo stesso preciso
corso della prima. Così, dall'inizio di questo secolo lo stato dell'industria
ha oscillato continuamente fra epoche di prosperità e epoche di crisi,
e tali crisi sono sopravvenute quasi regolarmente ogni cinque o sette anni,
collegate ogni volta con una grandissima miseria degli operai, con una eccitazione
rivoluzionaria generale, e con il più grande pericolo per l'intera situazione
esistente.
13. Che cosa consegue da queste crisi commerciali
che si ripetono regolarmente?
In primo luogo, la grande industria, benchè sia stata proprio essa a
generare, durante il suo primo periodo di sviluppo, la libera concorrenza, tuttavia
ora si è troppo sviluppata per trovarsi ancora bene con la libera concorrenza;
per la grande industria, la concorrenza e in genere l'esercizio della produzione
industriale da parte di singoli individui sono diventati per essa un vincolo
che deve spezzare e spezzerà; la grande industria, finchè sarà
gestita sulla base attuale, può reggersi solo tornando a ricadere di
sette in sette anni in una confusione generale periodica, che ogni volta mette
in pericolo la civiltà intera e non solo precipita nella miseria i proletari,
ma manda anche in rovina un gran numero di borghesi; dunque, o bisogna rinunciare
del tutto alla grande industria, il che è assolutamente impossibile,
o la grande industria rende assolutamente necessaria una organizzazione del
tutto nuova della società, nella quale la produzione industriale sia
guidata non più da singoli fabbricanti in reciproca concorrenza, ma da
tutta la società secondo un piano determinato e secondo il fabbisogno
di tutti.
In secondo luogo, la grande industria e l'estensione della produzione all'infinito
che essa permette, rendono possibile uno stato della società nel quale
di ogni fabbisogno per la esistenza venga prodotto quel tanto che ogni membro
della società ne sia posto in grado di sviluppare e di mettere in azione
tutte le sue forze e i suoi talenti in perfetta libertà. Cosicchè
insomma proprio quel carattere della grande industria che nella società
odierna genera ogni miseria e tutte le crisi commerciali, sarà proprio
quello che in un'altra organizzazione della società distruggerà
quella miseria e quelle oscillazioni apportatrici di sciagura. Di modo che è
dimostrato con la maggior evidenza possibile:
1) che d'ora in poi tutti questi mali sono da ascriversi soltanto all'ordinamento
della società, che non è più adatto alla situazione;
2) che ci sono i mezzi per eliminare questi mali completamente mediante un nuovo
ordinamento della società.
14. Questo nuovo ordinamento della società,
di che tipo dovrà essere?
Prima di tutto dovrà sottrarre l'esercizio dell'industria e in generale
di tutti i rami della produzione ai singoli individui in concorrenza tra di
loro, e dovrà invece far gestire tutti quei rami della produzione dall'intera
società, cioè in conto comune, secondo un piano comune, e con
la partecipazione di tutti i membri della società. Dunque abolirà
la concorrenza e le sostituirà l'associazione. Ma, poichè l'esercizio
dell'industria da parte dei singoli aveva per conseguenza necessaria la proprietà
privata - e la concorrenza non è altro che il tipo di esercizio dell'industria
da parte di singoli proprietari privati - ne consegue che la proprietà
privata non è scindibile dalla gestione singola e individuale dell'industria
e dalla concorrenza. Quindi anche la proprietà privata dovrà essere
abolita, e ad essa subentrerà l'utilizzazione in comune di tutti i mezzi
di produzione e la distribuzione di tutti i prodotti in base a un comune accordo,
cioè la cosiddetta comunanza dei beni. Anzi, l'abolizione della proprietà
privata è la sintesi più concisa e più caratteristica della
trasformazione dell'ordinamento della società che deriva necessariamente
dallo sviluppo dell'industria, e a ragione quindi i comunisti la accentuano
come rivendicazione principale.
15. Dunque, prima d'ora la abolizione della proprietà
privata non era possibile?
No. Ogni cambiamento dell'ordinamento sociale, ogni rivoluzione dei rapporti
di proprietà, è stata conseguenza necessaria della generazione
di nuove forze produttive, che non si volevano più piegare ai vecchi
rapporti di proprietà. La stessa proprietà privata non è
esistita sempre; ma, quando verso la fine del medioevo fu creata con la manifattura
una nuova maniera di produzione che non si lasciava subordinare alla proprietà
feudale e corporativa allora vigente, questa manifattura, troppo cresciuta per
trovarsi bene sotto i vecchi rapporti di proprietà, generò una
nuova forma di proprietà, la proprietà privata. Ma per la manifattura
e per il primo stadio di sviluppo della grande industria non era possibile nessun'altra
forma di proprietà all'infuori della proprietà privata, né
nessun altro ordinamento della società all'infuori di quello basato sulla
proprietà privata. Finchè non si può produrre tanto che
non solo ci sia a sufficienza per tutti, ma rimanga inoltre un'eccedenza di
prodotti da usare per l'aumento del capitale sociale e per l'ulteriore perfezionamento
delle forze produttive, fino a questo momento non possono non esserci una classe
dominante che dispone delle forze produttive della società e una classe
povera ed oppressa. Dal grado di sviluppo della produzione dipenderà
la conformazione di queste classi. Il medioevo, che dipende dall'agricoltura,
ci dà il signore feudale e il servo della gleba, le città del
più tardo medioevo ci mostrano il maestro d'arte e il garzone e il giornaliero,
il secolo decimosettimo ha l'industria manifatturiera e gli operai della manifattura,
il decimonono il grande fabbricante e il proletario.
E' evidente che fino ad ora le forze produttive non erano ancora tanto sviluppate
che si potesse produrre a sufficienza per tutti, e che per queste forze produttive
la proprietà privata era diventata un vincolo, un limite. Ma ora, per
effetto dello sviluppo della grande industria: in primo luogo capitali e forze
produttive sono prodotti in misura mai conosciuta prima; ed esistono i mezzi
per aumentare all'infinito in breve tempo tali forze produttive; in secondo
luogo, queste forze produttive sono concentrate nelle mani di pochi borghesi,
mentre la grande massa del popolo si proletarizza sempre più, mentre
le sue condizioni diventano sempre più miserabili e intollerabili a misura
che crescono le ricchezze dei borghesi; in terzo luogo, queste forze produttive
così imponenti e facili ad essere aumentate, hanno preso un tale sopravvento
sulla proprietà privata e sui borghesi da provocare ad ogni momento violentissime
perturbazioni nell'ordine della società. Perciò solo ora l'abolizione
della proprietà privata non solo è diventata possibile, ma addirittura
assolutamente necessaria.
16. L'abolizione della proprietà sarà possibile in via pacifica?
Sarebbe desiderabile che ciò potesse avvenire, e i comunisti sarebbero
certo gli ultimi a opporvisi. I comunisti sanno troppo bene che tutte le cospirazioni
non sono soltanto inutili ma, anzi, addirittura dannose. Sanno troppo bene che
le rivoluzioni non si fanno deliberatamente e a capriccio, ma che sono state,
sempre e ovunque, conseguenza necessaria di circostanze assolutamente indipendenti
dalla volontà e dalla direzione di singoli partiti e di classi intere.
Ma vedono anche che lo sviluppo del proletariato viene represso con la violenza
in quasi tutti i paesi civili e che a questa maniera gli avversari dei comunisti
lavorano a tutta forza per una rivoluzione. Se a questo modo il proletariato
oppresso finirà per essere sospinto a una rivoluzione, noi comunisti
difenderemo la causa dei proletari con l'azione come adesso la sosteniamo con
la parola.
17. L'abolizione della proprietà privata
sarà possibile d'un sol tratto?
No, proprio come nemmeno le forze produttive già esistenti non si possono
moltiplicare d'un sol tratto nella misura necessaria all'istituzione della comunanza
dei beni. Dunque, la rivoluzione del proletariato che con ogni probabilità
sta per avverarsi, potrà trasformare la società attuale solo a
poco a poco, e potrà abolire la proprietà privata solo quando
sarà creata la massa dei mezzi di produzione a ciò necessaria.
18. Quale sarà lo svolgimento di questa
rivoluzione nel suo corso?
Prima di tutto la rivoluzione del proletariato instaurerà una costituzione
democratica, e con ciò il dominio politico diretto o indiretto del proletariato.
Diretto, in Inghilterra, dove i proletari costituiscono già la maggioranza
del popolo. Indiretto, in Francia e in Germania, dove la maggioranza del popolo
è costituita non soltanto di proletari, ma anche di piccoli contadini
e di piccoli borghesi, che solo ora per l'appunto si trovano nello stadio di
transizione al proletariato e diventano sempre più dipendenti dal proletariato
in tutti i loro interessi politici, e quindi dovranno presto adattarsi alle
rivendicazioni del proletariato. Ciò costerà forse una seconda
battaglia, che però può finire solo con la vittoria del proletariato.
La democrazia sarebbe del tutto inutile al proletariato se non venisse subito
usata quale mezzo per ottenere ulteriori misure che intacchino direttamente
la proprietà privata e garantiscano l'esistenza al proletariato. Di queste
misure, le principali come risultano già ora quali conseguenze necessarie
della situazione esistente, sono le seguenti:
1. Limitazione della proprietà privata mediante imposte progressive,
forti imposte di successione, abolizione della successione per via collaterale
(fratelli, figli di fratelli ecc.), prestiti forzosi, ecc.
2. Espropriazione graduale dei proprietari fondiari, dei fabbricanti, dei proprietari
di ferrovie e degli armatori navali, in parte mediante la concorrenza dell'industria
di stato, in parte direttamente, verso indennizzo in assegnati.
3. Confisca dei beni di tutti gli emigrati e ribelli contro la maggioranza del
popolo.
4. Organizzazione del lavoro, cioè impiego dei proletari nelle terre
nazionali, nelle fabbriche e nelle officine, col che verrà eliminata
la reciproca concorrenza degli operai, e i fabbricanti, finchè esisteranno,
saranno costretti a pagare lo stesso salario aumentato dello stato.
5. Eguale obbligo di lavoro per tutti i membri della società fino all'abolizione
completa della proprietà privata. Formazione di eserciti industriali,
specialmente per l'agricoltura.
6. Accentramento del sistema di credito e della finanza nelle mani dello stato
mediante una banca nazionale con capitale dello stato e soppressione di tutte
le banche private e dei banchieri privati.
7. Aumento delle fabbriche nazionali, delle officine, delle ferrovie e delle
navi, dissodamento di tutti i terreni incolti e miglioramento di quelli già
dissodati, nella stessa proporzione con la quale aumentano i capitali e gli
operai a disposizione della nazione.
8. Educazione di tutti i fanciulli a cominciare, dal momento in cui possono
fare a meno delle prime cure materne, in istituti nazionali e a spese della
nazione. Educazione e lavoro di fabbrica insieme.
9. Costruzione di grandi palazzi sui terreni nazionali, come abitazioni in comune
per comunità di cittadini, le quali esercitino tanto l'industria quanto
l'agricoltura, riunendo così i vantaggi tanto della vita cittadina che
di quella rurale, senza condividere la unilateralità e gli svantaggi
dell'una e dell'altra maniera di vivere.
10.
Demolizione di tutte le abitazioni e di tutti i quartieri malsani e malcostruiti.
11.
Uguali diritti di successione tanto per i figli legittimi che per i figli illegittimi.
12. Accentramento di tutti i trasporti nelle mani della nazione.
Tutte queste misure non possono naturalmente essere messe in atto d'un sol colpo.
Ma una qualsiasi di esse trarrà sempre con sé l'altra. Una volta
compiuto il primo assalto radicale contro la proprietà privata, il proletariato
sarà costretto ad andare sempre più avanti, a concentrare sempre
più nelle mani dello stato tutto il capitale, tutta l'agricoltura, tutta
l'industria, tutti i trasporti, tutti gli scambi. In questo senso operano tutte
queste misure; ed esse diverranno attuabili e svilupperanno le loro conseguenze
centralizzatrici nell'identica proporzione in cui il lavoro del proletariato
moltiplicherà le forze produttive del paese. Infine, quando tutto il
capitale, tutta la produzione, tutti gli scambi saranno concentrati nelle mani
della nazione, la proprietà privata sarà scomparsa da sola, il
denaro sarà divenuto superfluo, e la produzione sarà tanto aumentata
e gli uomini saranno tanto cambiati che potranno cadere anche le ultime forme
di rapporto della vecchia società.
19. Questa rivoluzione potrà verificarsi
soltanto in un singolo paese?
No. La grande industria, già per il fatto di aver creato il mercato mondiale,
ha collegato tutti i popoli della terra, e specialmente quelli civili, a tal
punto che ogni popolo dipende da quello che accade presso un altro. Inoltre,
essa ha livellato lo svolgimento della società in tutti i paesi civili
al punto che in tutti questi paesi borghesia e proletariato sono diventati le
due classi decisive della società, e la lotta fra queste due classi è
diventata la lotta principale dei nostri giorni. La rivoluzione comunista non
sarà quindi una rivoluzione soltanto nazionale, sarà una rivoluzione
che avverrà contemporaneamente in tutti i paesi civili, cioè per
lo meno in Inghilterra, America, Francia e Germania. Si svilupperà più
rapidamente o più lentamente in ognuno di questi paesi, a seconda che
l'uno o l'altro di essi possiede una industria più o meno perfezionata,
una ricchezza maggiore o minore, una massa di forze produttive più o
meno importante. In Germania quindi l'attuazione della rivoluzione è
lentissima e difficilissima, in Inghilterra rapidissima e facilissima. E anche
negli altri paesi del mondo essa farà sentire un'importante ripercussione,
e trasformerà completamente il tipo seguito fino ad ora dal loro svolgimento
e lo accelererà di molto. E' una rivoluzione universale e avrà
perciò anche un terreno universale.
20. Quali saranno le conseguenze della eliminazione
finale della proprietà privata?
Anzitutto, per il fatto che la società sottrae alle mani dei capitalisti
privati l'uso di tutte le forze produttive e di tutti i mezzi di scambio come
pure lo scambio e la distribuzione dei prodotti, e li amministra secondo un
piano risultante dai mezzi che si hanno a disposizione e dai bisogni della società
intera, - vengono eliminate le cattive conseguenze che oggi sono ancora connesse
all'esercizio della grande industria. Le crisi scompaiono; la produzione estesa
che per l'ordinamento attuale della società è sovrapproduzione
e causa tanto potente di miseria, non potrà dopo la rivoluzione raggiungere
neppure la sufficienza, e dovrà essere ancora molto più estesa.
Invece di essere apportatrice di miseria, la sovrapproduzione garantirà,
ben più che il fabbisogno immediato della società, la soddisfazione
dei bisogni di tutti, e genererà nuovi bisogni e insieme i mezzi per
soddisfarli. Essa sarà condizione e occasione di nuovi progressi, ed
attuerà questi progressi senza che perciò, come è accaduto
ogni volta fino ad ora, l'ordinamento della società sia messo in scompiglio.
La grande industria, liberata dalla pressione della proprietà privata,
si svilupperà in dimensioni di fronte alle quali il suo perfezionamento
attuale apparirà meschino quanto appare la manifattura nei confronti
della grande industria dei nostri giorni. Questo sviluppo dell'industria metterà
a disposizione della società una massa di prodotti sufficiente a soddisfare
i bisogni di tutti. Così anche l'agricoltura alla quale pure la pressione
della proprietà privata e del parcellamento impedisce di appropriarsi
i miglioramenti già compiuti e gli sviluppi scientifici, prenderà
uno slancio assolutamente nuovo, e metterà a disposizione della società
una quantità di prodotti del tutto sufficiente. A questo modo la società
darà prodotti sufficienti perchè si possa organizzare la distribuzione
in modo che siano soddisfatti i bisogni di tutti i suoi membri. Così
diventa superflua la divisione della società in differenti classi contrapposte
le une alle altre. E non solo superflua, ma addirittura incompatibile con il
nuovo ordinamento sociale. L'esistenza delle classi ha origine nella divisione
del lavoro, e nella nuova società la divisione del lavoro del tipo che
s'è avuto finora, scomparirà totalmente. Poichè per portare
la produzione industriale ed agricola all'altezza suesposta, non bastano da
soli gli ausili meccanici e chimici; debbono essere sviluppate in misura corrispondente
anche le capacità degli uomini che fanno funzionare quegli ausili. Come
i contadini e gli operai manifatturieri del secolo passato hanno mutato tutto
il loro tipo di vita e sono diventati essi stessi uomini del tutto nuovi quando
furono trascinati nella grande industria, così l'esercizio comune della
produzione da parte dell'intera società e il conseguente sviluppo nuovo
della produzione abbisognerà di uomini del tutto nuovi e li genererà
anche. L'esercizio comune della produzione non può essere attuato da
uomini come quelli di oggi, ognuno dei quali è subordinato a un unico
ramo della produzione, incatenato ad esso, da esso sfruttato, ognuno dei quali
ha sviluppato una sola delle sue attitudini a spese di tutte le altre, e conosce
soltanto un ramo, o soltanto un ramo di un ramo della produzione complessiva.
Già l'industria attuale ha sempre minor uso per tali uomini. L'industria
esercitata in comune e secondo un piano da tutta la società presuppone
assolutamente uomini le cui attitudini siano sviluppate in tutti i sensi, che
siano in grado di abbracciare tutto il sistema della produzione. La divisione
del lavoro già ora minata dalle macchine, la quale fa di uno un contadino,
dell'altro un calzolaio, d'un terzo un operaio di fabbrica, d'un quarto uno
speculatore in borsa, scomparirà dunque del tutto. L'educazione potrà
far seguire ai giovani rapidamente l'intero sistema della produzione, li metterà
in grado di passare a turno da uno all'altro ramo della produzione, a seconda
dei motivi offerti dai bisogni della società o dalle loro proprie inclinazioni.
Toglierà ai giovani il carattere unilaterale impresso ad ogni individuo
dall'attuale divisione del lavoro. A questo modo la società organizzata
comunisticamente offrirà ai suoi membri l'occasione di applicare in tutti
i sensi le loro attitudini sviluppate in tutti i sensi. Ma con ciò scompaiono
necessariamente anche le differenti classi. Cosicchè da una parte la
società organizzata comunisticamente è incompatibile coll'esistenza
delle classi, e dall'altra parte l'instaurazione di questa società offre
essa stessa i mezzi per abolire queste differenze tra le classi.
Risulta da ciò che scomparirà anche l'antagonismo fra città
e campagna. L'esercizio dell'agricoltura e dell'industria per opera degli stessi
uomini, invece che per opera di due classi differenti, è condizione necessaria
dell'associazione comunista già per cause del tutto materiali. La dispersione
della popolazione dedita all'agricoltura nelle campagne, accanto al conglomeramento
della popolazione industriale nelle grandi città è una situazione
che corrisponde solo a uno stadio ancora poco sviluppato dell'agricoltura e
dell'industria, un ostacolo ad ogni ulteriore sviluppo che è già
ora molto sensibile.
L'associazione generale dei membri della società per lo sfruttamento
comune e pianificato delle forze produttive, l'estensione della produzione a
un grado tale che essa soddisferà i bisogni di tutti, la cessazione di
una situazione nella quale i bisogni dell'uno vengono soddisfatti a spese dell'altro,
la distruzione completa delle classi e dei loro antagonismi, lo sviluppo universale
delle capacità di tutti i membri della società mediante l'eliminazione
della divisione del lavoro esistente finora, mediante l'educazione industriale,
mediante l'alternarsi delle attività, mediante la partecipazione di tutti
ai godimenti prodotti da tutti, mediante la fusione di città e campagna
- ecco i risultati principali dell'abolizione della proprietà privata.
21. Che influenza eserciterà l'ordinamento
comunistico sulla famiglia?
L'ordinamento comunistico della società farà del rapporto fra
i due sessi un semplice rapporto privato che riguarderà solo le persone
che vi partecipano, e nel quale la società non ha da ingerirsi. Potrà
farlo perchè elimina la proprietà privata ed educa in comune i
bambini, distruggendo così le due fondamenta del matrimonio come si è
avuto finora; la dipendenza della donna dall'uomo e dei figli dai genitori dovuta
alla proprietà privata. Qui sta anche la risposta alle strida dei filistei
moralisti contro la comunanza comunista delle donne. La comunanza delle donne
è una situazione legata totalmente alla società borghese e che
oggigiorno esiste in pieno nella prostituzione. Ma la prostituzione poggia sulla
proprietà privata e cade con essa. Dunque, l'organizzazione comunista,
anzichè introdurre la comunanza delle donne, la abolisce invece.
22. Come si comporterà l'organizzazione
comunista nei riguardi delle nazionalità esistenti ?
- rimane.
23.
Come si comporterà nei riguardi delle religioni esistenti?
- rimane.
24. Come si distinguono i comunisti dai socialisti?
I cosiddetti socialisti si dividono in tre classi.
La prima classe consiste di seguaci della società feudale e patriarcale
che è stata distrutta e continua ancora ad essere distrutta giorno per
giorno dalla grande industria, dal commercio mondiale e dalla società
borghese creata dall'una e dall'altro. Questa classe trae dai mali della società
attuale la conseguenza che si dovrebbe restaurare la società feudale
e patriarcale, perchè questa era immune da quei mali. Tutte le sue proposte
conducono, per vie dritte o traverse, a questa meta. Questa classe di socialisti
reazionari sarà sempre attaccata energicamente dai comunisti, nonostante
la sua pretesa simpatia e le sue calde lacrime per la miseria del proletariato,
perchè:
1) tende a qualcosa di semplicemente impossibile;
2) cerca di instaurare il dominio dell'aristocrazia, dei maestri d'arte e dei
manifatturieri col loro seguito di re assoluti o feudali, di funzionari, di
soldati e di preti, - società che, certo, era immune dagli inconvenienti
della società attuale, ma in cambio portava con sé per lo meno
altrettanti altri mali e non offriva neppure la prospettiva della liberazione
degli operai oppressi mediante una organizzazione comunista;
3) manifesta le sue vere intenzioni ogni volta che il proletariato diventa rivoluzionario
e comunista, nel quale caso essa si allea immediatamente con la borghesia contro
i proletari.
La seconda classe consiste di seguaci della società attuale, nei quali
i mali che ne provengono necessariamente hanno destato timori per l'esistenza
di questa società stessa. Essi tendono dunque a conservare la società
attuale, ma ad eliminare i mali ad essa connessi. A questo scopo gli uni propongono
pure e semplici misure di beneficenza, gli altri grandiosi sistemi di riforma,
che vogliono conservare le basi della società attuale e con ciò
la società attuale, sotto il pretesto di riorganizzare la società.
Questi socialisti borghesi dovranno essere anch'essi continuamente combattuti
dai comunisti, poichè lavorano per i nemici dei comunisti e difendono
proprio quella società che i comunisti vogliono abbattere.
La terza classe infine consiste di socialisti democratici, i quali vogliono,
sulla stessa strada dei comunisti, una parte delle misure indicate nella domanda
18, ma non come mezzi di transizione al comunismo, bensì come misure
sufficienti ad abolire la miseria e a far scomparire i mali della società
attuale. Questi socialisti democratici sono o proletari non ancora sufficientemente
illuminati sulle condizioni della liberazione della loro classe, oppure sono
i rappresentanti dei piccoli borghesi, classe che sotto molti aspetti ha lo
stesso interesse dei proletari, fino al momento in cui si ottengono la democrazia
e le misure socialiste che dalla democrazia derivano. I comunisti dovranno quindi
raggiungere un'intesa con questi socialisti democratici e dovranno in genere
seguire pel momento una politica il più possibile comune con essi, a
meno che questi socialisti non entrino al servizio della borghesia dominante
e non attacchino i comunisti. E' evidente che tale tipo di azione comune non
esclude la discussione con essi delle differenze.
25. Come si comportano i comunisti di fronte agli
altri partiti politici della nostra epoca?
Questo rapporto varia secondo i vari paesi. In Inghilterra, Francia e Belgio,
dove domina la borghesia, i comunisti hanno ancora, pel momento, un interesse
comune coi vari partiti democratici, interesse tanto maggiore quanto più
i democratici, con le misure socialiste da essi attualmente sostenute dappertutto,
si avvicinano al fine dei comunisti, cioè quanto più chiaramente
e decisamente questi partiti sostengono gli interessi del proletariato e quanto
più al proletariato si appoggiano. In Inghilterra, p. es., il movimento
cartista, composto di operai, è infinitamente più vicino ai comunisti
che non i piccoli borghesi democratici o i cosiddetti radicali.
In America, dove è introdotta la costituzione democratica, i comunisti
staranno col partito che vuole rivolgere questa costituzione contro la borghesia
e usarla nell'interesse del proletariato.
In Svizzera, i radicali, benchè siano ancora un partito assai misto,
sono tuttavia gli unici coi quali i comunisti possano stringere rapporti, e
fra questi radicali a loro volta quelli del cantone di Vaud e i ginevrini sono
i più progrediti.
In Germania, infine, la lotta decisiva fra borghesia e monarchia assoluta deve
ancora aver luogo. Ma, siccome i comunisti non possono contare sulla lotta decisiva
fra loro stessi e la borghesia prima che quest'ultima abbia il potere, è
dunque interesse dei comunisti di aiutare a portare al potere i borghesi al
più presto possibile, per riabbatterli al più presto possibile.
I comunisti debbono dunque prender sempre partito per i borghesi liberali di
fronte ai governi, e guardarsi soltanto dal condividere le illusioni dei borghesi
o dal prestar fede alle loro seducenti assicurazioni sulle salutari conseguenze
della vittoria della borghesia per il proletariato. Gli unici vantaggi che la
vittoria della borghesia offrirà ai comunisti consisteranno: l) in varie
concessioni che faciliteranno ai comunisti la difesa, la discussione e la diffusione
dei loro principi e quindi l'unificazione del proletariato in una classe strettamente
unita, pronta alla lotta e organizzata; e 2) nella certezza che, dal giorno
che vedrà la caduta dei governi assoluti, sarà venuto il turno
della lotta fra borghesi e proletari. Da questo giorno la politica di partito
dei comunisti sarà la stessa che nei paesi dove già ora la borghesia
domina.