Sulla
questione ebraica
Karl Marx (1844)
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Scritto nell'autunno del 1843 e pubblicato nell'unico numero degli "Annali
franco-tedeschi" nel febbraio del 1844.
Trascritto dall'Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare), Gennaio
2003
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I
Bruno Bauer, La questione ebraica. Braunschweig, 1843.
Gli ebrei tedeschi chiedono l'emancipazione. Quale emancipazione essi chiedono?
L'emancipazione civile, politica.
Bruno Bauer risponde loro: nessuno in Germania è politicamente emancipato.
Noi stessi non siamo liberi. Come potremmo liberare voi? Voi ebrei siete egoisti
se pretendete un'emancipazione particolare per voi in quanto ebrei. Voi dovreste,
in quanto tedeschi, lavorare per l'emancipazione politica della Germania,
in quanto uomini, per la emancipazione umana, e non sentire come un'eccezione
alla regola il modo particolare della vostra oppressione e della vostra ignominia,
ma piuttosto come conferma della regola.
Ovvero gli ebrei pretendono la parificazione con i sudditi cristiani? Ma così
essi riconoscono come legittimo lo Stato cristiano, così riconoscono
il regime dell'asservimento generale. Perché dispiace loro il proprio
giogo particolare, se accettano il giogo generale? Perché il tedesco
dovrebbe interessarsi alla liberazione dell'ebreo, se l'ebreo non si interessa
alla liberazione del tedesco?
Lo Stato cristiano conosce soltanto privilegi. In esso, l'ebreo possiede il
privilegio di essere ebreo. Come ebreo egli ha dei diritti. che i cristiani
non hanno. Perché chiede dei diritti che egli non ha e di cui i cristiani
godono?
Volendo essere emancipato dallo Stato cristiano l'ebreo pretende che lo Stato
cristiano abbandoni il suo pregiudizio religioso. Ma egli, l'ebreo, abbandona
il proprio pregiudizio religioso? Ha dunque egli diritto di esigere da un
altro questa rinunzia alla religione?
Lo Stato cristiano non può, per sua essenza, emancipare l'ebreo, ma,
aggiunge Bauer, l'ebreo per sua essenza non può venir emancipato. Fino
a che lo Stato rimane cristiano e l'ebreo ebreo, ambedue saranno egualmente
incapaci tanto di concedere che di ricevere l'emancipazione.
Lo Stato cristiano rispetto all'ebreo può comportarsi soltanto da Stato
cristiano, cioè secondo il sistema del privilegio, poiché esso
permette l'isolamento dell'ebreo dagli altri sudditi. facendogli però
sentire l'oppressione delle altre sfere da lui distinte, e facendogliela sentire
tanto più severamente, in quanto l'ebreo si trova in contrasto religioso
rispetto alla religione dominante. Ma anche l'ebreo rispetto allo Stato può
comportarsi soltanto da ebreo, cioè come uno straniero rispetto allo
Stato, poiché egli alla nazionalità reale contrappone la sua
nazionalità chimerica, alla legge reale la sua legge illusoria, poiché
egli si immagina autorizzato ad isolarsi dall'umanità, poiché
egli per principio non prende parte alcuna al movimento storico, poichè
egli spera in un futuro che non ha nulla in comune con il futuro generale
dell'uomo, poichè egli ritiene se stesso membro del popolo ebraico,
e il popolo ebraico il popolo eletto.
A quale titolo voi ebrei chiedete l'emancipazione? In considerazione della
vostra religione? Ma essa è nemica mortale della religione dello Stato.
Come cittadini? In Germania non vi sono cittadini. Come uomini? Voi non siete
uomini, come non lo sono coloro ai quali fate appello.
Bauer ha posto in termini nuovi la questione dell'emancipazione degli ebrei,
dopo aver fornito una critica delle posizioni e delle soluzioni tradizionali
del problema. Qual è, egli si domanda, la natura dell'ebreo che deve
essere emancipato, dello Stato cristiano che deve emancipare? Egli risponde
con una critica della religione ebraica, analizza il contrasto religioso tra
ebraismo e cristianesimo, spiega l'essenza dello Stato cristiano, tutto ciò
con arditezza, acutezza, spirito, profondità e con uno stile tanto
preciso quanto robusto ed energico.
Come dunque Bauer risolve la questione ebraica? Quale il risultato? Il modo
di formulare un problema contiene già la sua soluzione. La critica
della questione ebraica è già la risposta alla questione ebraica.
Eccone il succo.
Noi dobbiamo emancipare noi stessi prima di poter emancipare altri.
La forma più rigida del contrasto tra l'ebreo e il cristiano è
il contrasto religioso. Come si risolve un contrasto? Rendendolo impossibile.
Come rendere impossibile un contrasto religioso? Eliminando la religione.
Quando ebreo e cristiano riconosceranno che le reciproche religioni non sono
altro che differenti stadi di sviluppo dello spirito umano, non sono altro
che differenti pelli di serpente deposte dalla storia, e che l'uomo è
il serpente che di esse si era rivestito, allora non si troveranno più
in rapporto religioso, ma ormai soltanto in un rapporto critico, scientifico,
umano. La scienza sarà allora la loro unità. Ma i contrasti
nella scienza si risolvono mediante la scienza stessa.
Invero all'ebreo tedesco si contrappone soprattutto la mancanza di emancipazione
politica in generale e la dichiarata cristianità dello Stato. Nel senso
di Bauer, tuttavia, la questione ebraica ha un significato generale, indipendente
dai rapporti specificamente tedeschi. È la questione del rapporto tra
religione e Stato, della contraddizione tra il pregiudizio religioso e l'emancipazione
politica. L'emancipazione dalla religione viene posta come condizione, sia
all'ebreo, che vuole essere emancipato politicamente, sia allo Stato, che
deve emancipare ed essere esso stesso emancipato.
"Bene! -si dice, e lo dice lo stesso ebreo- l'ebreo dev'essere emancipato
non come ebreo, non per il fatto di essere ebreo, non per il fatto di avere
un principio cosi squisito, così universalmente umano della eticità;
piuttosto l'ebreo cederà di fronte al cittadino e sarà cittadino,
sebbene sia ebreo e debba restar tale; cioè egli è e resta ebreo,
sebbene sia cittadino e viva in rapporti universalmente umani: alla fine,
la sua essenza giudaica e limitata trionferà sempre sopra i suoi doveri
umani e politici. Il pregiudizio resta, nonostante sia sorpassato da princìpi
generali. Ma se resta, è piuttosto esso a sorpassare di molto ogni
altra cosa". "Solo sofisticamente, in apparenza, l'ebreo potrebbe
rimanere tale nella vita dello Stato; in tal caso, se egli volesse rimanere
ebreo, la mera apparenza sarebbe l'essenziale e trionferebbe, cioè
la sua vita nello Stato sarebbe soltanto apparenza, o una momentanea eccezione
contro l'essenza e la regola". (La capacità degli ebrei e dei
cristiani d'oggi a diventar liberi, Einundzwanzig Bogen, p. 57).
Vediamo, d'altra parte, come Bauer prospetta il compito dello Stato:
"La Francia -si dice- ci ha dato di recente (Dibattiti alla Camera dei
Deputati del 26 dicembre 1840) riguardo alla questione ebraica, così
come sempre per tutte le questioni politiche (fin dalla rivoluzione di luglio),
lo spettacolo di una vita che è libera, ma che revoca la propria libertà
nella legge, quindi anche la dichiara un'apparenza, e d'altra parte confuta
la sua libera legge mediante l'azione" (Questione ebraica, p. 64).
"La libertà generale in Francia ancora non è legge, anche
la questione ebraica ancora non è risolta, perchè la libertà
legale -il fatto che tutti i cittadini sono eguali- è limitata nella
vita, la quale è ancora dominata e frantumata dai privilegi religiosi,
e questa illibertà della vita agisce a sua volta sulla legge e la costringe
a sanzionare la distinzione dei cittadini, in sè liberi, in oppressi
e oppressori" (p. 65).
Quando dunque sarebbe risolta per la Francia la questione ebraica?
"L'ebreo, ad esempio, dovrebbe cessare di essere ebreo quando non permettesse
più alla sua legge di impedirgli di assolvere ai suoi doveri verso
lo Stato ed i suoi concittadini, quando, ad es., il sabato si presentasse
alla Camera dei Deputati e prendesse parte ai dibattiti pubblici. Ogni privilegio
religioso, in generale, quindi anche il monopolio di una chiesa dotata di
prerogative, dovrebbe essere abolito, e se alcuni, o parecchi, o anche la
stragrande maggioranza, ritenessero di dover adempiere a doveri religiosi,
tale adempimento dovrebbe essere loro concesso come una cosa meramente privata"
(p. 65). "Non vi sarà più religione, se non vi saranno
più religioni privilegiate. Togliete alla religione la sua forza di
esclusione, ed essa non esisterà più" (p. 66). "Come
il signor Martin du Nord nella proposta di tralasciare nella legge la menzione
della domenica vedeva il proposito di dichiarare che il cristianesimo aveva
cessato di esistere, con lo stesso diritto (e tale diritto è perfettamente
fondato) la dichiarazione che la legge del sabato non ha più obbligatorietà
per l'ebreo sarebbe la proclamazione della fine del giudaismo" (p. 71).
Bauer esige quindi, da un lato, che l'ebreo rinunci al giudaismo, e in generale
l'uomo rinunci alla religione, per poter essere emancipato civilmente. D'altro
lato, l'eliminazione politica della religione, di conseguenza, equivale per
lui all'eliminazione della religione senz'altro. Lo Stato che presuppone la
religione non è ancora uno Stato vero, reale. "Senza dubbio l'idea
religiosa dà allo Stato delle garanzie. Ma a quale Stato? A quale specie
di Stato?" (p. 97).
Si rivela a questo punto la concezione unilaterale della questione ebraica.
Non bastava assolutamente chiedersi: chi deve emancipare? Chi deve essere
emancipato? La critica avrebbe dovuto fare una terza domanda. Essa avrebbe
dovuto chiedere: di quale specie di emancipazione si tratta? Quali condizioni
si fondano sull'essenza dell'emancipazione richiesta? La critica dell'emancipazione
politica in sé avrebbe già costituito la critica conclusiva
della questione ebraica, e la sua vera risoluzione nella "questione generale
dell'epoca".
Ma poiché Bauer non pone la questione in modo tanto elevato, cade in
contraddizioni. Egli pone condizioni che non si fondano sull'essenza dell'emancipazione
politica stessa. Egli solleva questioni che non rientrano nel suo compito
e risolve compiti che lasciano intatta la sua questione. Quando Bauer dice
degli avversari dell'emancipazione degli ebrei: "Il loro errore fu solo
di presupporre lo Stato cristiano come l'unico vero, e di non sottoporlo a
quella stessa critica con la quale avevano esaminato il giudaismo" (p.
3), noi rileviamo l'errore di Bauer nel fatto che egli sottopone a critica
solo lo "Stato cristiano", non lo "Stato in sé",
che non ricerca il rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione
umana, e perciò pone condizioni che sono spiegabili soltanto con una
acritica confusione tra l'emancipazione politica e quella umana in generale.
Se Bauer domanda agli ebrei: dal vostro punto di vista avete voi il diritto
di chiedere l'emancipazione politica? noi domandiamo a nostra volta: il punto
di vista dell'emancipazione politica ha il diritto di esigere dagli ebrei
l'abolizione del giudaismo, e dagli uomini in generale l'abolizione della
religione?
La questione ebraica assume un aspetto differente secondo lo Stato nel quale
si trova l'ebreo. In Germania, dove non esiste uno Stato politico, uno Stato
in quanto Stato, la questione ebraica è una pura questione teologica.
L'ebreo si trova in contrasto religioso con lo Stato, il quale riconosce come
suo fondamento il cristianesimo. Tale Stato è teologo ex professo.
La critica è qui critica della ideologia, critica a doppio taglio,
critica della teologia cristiana e della teologia ebraica. Ma così
ci muoviamo ancor sempre nel campo della teologia, per quanto criticamente
ci muoviamo.
In Francia, Stato costituzionale, la questione ebraica è la questione
del costituzionalismo, la questione della incompletezza della emancipazione
politica. Poiché qui è conservata l'apparenza di una religione
di Stato, sebbene in una formula vuota e in sè contraddittoria, la
formula di una religione della maggioranza, il rapporto dell'ebreo con lo
Stato conserva l'apparenza di un contrasto religioso, teologico.
Solo nei liberi Stati dell'America del Nord -almeno in una parte di essi-
la questione ebraica perde il suo significato teologico per diventare una
questione realmente mondana. Solo là dove lo Stato politico esiste
nella sua formazione compiuta, il rapporto dell'ebreo e in generale dell'uomo
religioso, con lo Stato politico, vale a dire il rapporto della religione
con lo Stato, può presentarsi nella sua peculiarità, nella sua
purezza. La critica di questo rapporto cessa di essere teologica non appena
lo Stato cessi di comportarsi in modo teologico nei riguardi della religione,
non appena esso si comporti verso la religione da Stato, cioè politicamente.
La critica diviene allora critica dello Stato politico. A questo punto, nel
quale la questione cessa di essere teologica, la critica di Bauer cessa di
essere critica. "Il n'existe aux Etats-Unis ni réligion de l'Etat,
ni réIigion déclarée celle de la majorité ni prééminence
d'un culte sur un autre. L'Etat est étranger à tous les cultes".
(Marie ou l'esclavage aux Etats-Unis etc., par G. de Beaumont, Paris 1835,
p. 214). Vi sono infatti Stati nordamericani nei quali "la constitution
n'impose pas les croyances religieuses et la pratique d'un culte comme condition
des privilèges politiques" (1.c., p. 225). Tuttavia "on ne
croit pas aux Etats-Unis qu'un homme sans religion puisse étre un honnéte
homme" (1.c., p. 224). Ciononostante l'America del Nord è per
eccellenza il paese della religiosità, come assicurano unanimi Beaumont,
Tocqueville, e l'inglese Hamilton. Gli Stati nordamericani, del resto, ci
servono solo come esempio. La questione è: come si comporta l'emancipazione
politica compiuta nei riguardi della religione. Se perfino nel paese dell'emancipazione
politica compiuta noi troviamo non soltanto l'esistenza, ma l'esistenza vivace
e vitale della religione, questo fatto testimonia che l'esistenza della religione
non contraddice alla perfezione dello Stato. Ma poiché l'esistenza
della religione è l'esistenza di un difetto, la fonte di tale difetto
può ancora essere ricercata soltanto nell'essenza dello Stato stesso.
La religione per noi non costituisce più il fondamento, bensì
ormai soltanto il fenomeno della limitatezza mondana. Per questo; noi spieghiamo
la soggezione religiosa dei liberi cittadini con la loro soggezione terrena.
Non riteniamo che essi dovrebbero sopprimere la loro limitatezza religiosa,
per poter sopprimere i loro limiti terreni. Affermiamo che essi sopprimeranno
la loro limitatezza religiosa non appena avranno soppresso i loro limiti terreni.
Noi non trasformiamo le questioni terrene in questioni teologiche. Trasformiamo
le questioni teologiche in questioni terrene. Dopo che per lungo tempo la
storia è stata risolta in superstizione, noi risolviamo la superstizione
in storia. La questione del rapporto tra l'emancipazione politica e la religione,
diviene per noi la questione del rapporto tra l'emancipazione politica e l'emancipazione
umana. Noi critichiamo la debolezza religiosa dello Stato politico, in quanto
critichiamo lo Stato politico, facendo astrazione dalle debolezze religiose
nella sua costruzione terrena. Noi umanizziamo il contrasto tra lo Stato e
una determinata religione, ad esempio il giudaismo, nel contrasto tra lo Stato
e determinati elementi terreni, il contrasto dello Stato con la religione
in generale nel contrasto tra lo Stato e le sue premesse.
L'emancipazione politica dell'ebreo, del cristiano, dell'uomo religioso in
generale, è l'emancipazione dello Stato dal giudaismo, dal cristianesimo,
dalla religione in generale. Nella sua forma, nel modo proprio alla sua essenza,
in quanto Stato, lo Stato si emancipa dalla religione emancipandosi dalla
religione di Stato, cioè quando lo Stato come Stato non professa religione
alcuna, quando lo Stato riconosce piuttosto se stesso come Stato. L'emancipazione
politica dalla religione non è emancipazione compiuta, senza contraddizioni,
dalla religione, perché l'emancipazione politica non è il modo
compiuto, senza contraddizioni, dell'emancipazione umana.
Il limite dell'emancipazione politica appare immediatamente nel fatto che
lo Stato può liberarsi da un limite senza che l'uomo ne sia realmente
libero, che lo Stato può essere un libero Stato senza che l'uomo sia
un uomo libero. Bauer stesso ammette ciò implicitamente, allorché
pone all'emancipazione politica la seguente condizione: "Ogni privilegio
religioso in generale, quindi anche il monopolio di una Chiesa dotata di prerogative
dovrebbe essere abolito, e se alcuni, o parecchi, o anche la stragrande maggioranza,
ritenessero di dover assolvere a doveri religiosi, tale adempimento dovrebbe
essere loro concesso come una cosa meramente privata" Lo Stato può
dunque essersi emancipato dalla religione anche se la stragrande maggioranza
e ancora religiosa. E la stragrande maggioranza non cessa di essere religiosa
per il fatto di essere religiosa privatim.
Ma il comportamento dello Stato verso la religione, e particolarmente dello
Stato libero, non è tuttavia altro che il comportamento degli uomini
che formano lo Stato, verso la religione. Ne consegue che l'uomo per mezzo
dello Stato, politicamente, si libera di un limite, innalzandosi oltre tale
limite, in contrasto con se stesso, in un modo astratto e limitato, in un
modo parziale. Ne consegue inoltre che l'uomo, liberandosi politicamente,
si libera per via indiretta, attraverso un mezzo, anche se un mezzo necessario.
Ne consegue infine che l'uomo, anche se con la mediazione dello Stato si proclama
ateo, cioè se proclama ateo lo Stato, rimane ancor sempre implicato
religiosamente, appunto perchè riconosce se stesso solo per via indiretta,
solo attraverso un mezzo. La religione è appunto il riconoscersi dell'uomo
per via indiretta. Attraverso un mediatore. Lo Stato è il mediatore
tra l'uomo e la libertà dell'uomo. Come Cristo è il mediatore
che l'uomo carica di tutta la sua divinità, di tutto il suo pregiudizio
religioso, cosi lo Stato è il mediatore nel quale egli trasferisce
tutta la sua mondanità, tutta la sua spregiudicatezza umana.
L'elevazione politica dell'uomo al di sopra della religione partecipa di tutti
i difetti e i pregi dell'elevazione politica in generale. Lo Stato in quanto
Stato annulla, ad es., la proprietà privata, l'uomo dichiara soppressa
politicamente la proprietà privata non appena esso abolisce il censo
per l'eleggibilità attiva e passiva, come è avvenuto in molti
Stati nordamericani. Hamilton interpreta assai giustamente questo fatto dal
punto di vista politico: "La grande massa ha trionfato sopra i proprietari
e la ricchezza monetaria". Non è forse idealmente soppressa la
proprietà privata, dacché il nullatenente diviene legislatore
del proprietario? Il censo è l'ultima forma politica di riconoscimento
della proprietà privata.
Tuttavia, con l'annullamento politico della proprietà privata non solo
non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura
presupposta. Lo Stato sopprime nel suo modo le differenze di nascita, di condizione,
di educazione, di occupazione, dichiarando che nascita, condizione, educazione,
occupazione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del
popolo partecipe in egual misura della sovranità popolare, senza riguardo
a tali differenze, trattando tutti gli elementi della vita reale del popolo
dal punto di vista dello Stato. Nondimeno lo Stato lascia che la proprietà
privata, l'educazione, l'occupazione operino nel loro modo, cioè come
proprietà privata, come educazione, come occupazione, e facciano valere
la loro particolare essenza. Ben lungi dal sopprimere queste differenze di
fatto, lo Stato esiste piuttosto soltanto in quanto le presuppone, sente se
stesso come Stato politico, e fa valere la propria universalità solo
in opposizione con questi suoi elementi. Hegel definisce perciò molto
esattamente il rapporto dello Stato politico con la religione, quando dice:
"Affinché lo Stato giunga ad esistere come la realtà morale
autocosciente dello spirito, è necessario che esso si distingua dalla
forma dell'autorità e della fede; ma tale distinzione compare solo
in quanto la parte ecclesiastica in se stessa perviene alla separazione; soltanto
così al di sopra delle Chiese particolari lo Stato ha ottenuto l'universalità
del pensiero, il principio della sua forma, e le dà esistenza"
(Hegel, Filosofia del diritto, I ed., p. 346). Certamente! Solo così,
al di sopra degli elementi particolari, lo Stato si costituisce come universalità.
Lo Stato politico perfetto è per sua essenza la vita dell'uomo come
specie, in opposizione alla sua vita materiale. Tutti i presupposti di questa
vita egoistica continuano a sussistere al di fuori della sfera dello Stato,
nella società civile, ma come caratteristiche della società
civile. Là dove lo Stato politico ha raggiunto il suo vero sviluppo,
l'uomo conduce non soltanto nel pensiero, nella coscienza, bensì nella
realtà, nella vita, una doppia vita, una celeste e una terrena, la
vita nella comunità politica nella quale egli si afferma come comunità,
e la vita nella società civile nella quale agisce come uomo privato,
che considera gli altri uomini come mezzo, degrada se stesso a mezzo e diviene
trastullo di forze estranee. Lo Stato politico si comporta nei confronti della
società civile in modo altrettanto spiritualistico come il cielo nei
confronti della terra. Rispetto ad essa si trova nel medesimo contrasto, e
la vince nel medesimo modo in cui la religione vince la limitatezza del mondo
profano, cioè dovendo insieme riconoscerla, restaurarla e lasciarsi
da essa dominare. Nella sua realtà più immediata, nella società
civile; l'uomo è un essere profano. Qui, dove per sé e per gli
altri vale come individuo reale, egli è un fenomeno non vero. Viceversa,
nello Stato, dove l'uomo vale come specie, egli è il membro immaginario
di una sovranità fantastica, è spogliato della sua reale vita
individuale e riempito di una universalità irreale.
Il conflitto nel quale si trova l'uomo come seguace di una religione particolare,
con se stesso in quanto cittadino, con gli altri uomini in quanto membri della
comunità, si riduce alla scissione mondana tra lo Stato politico e
la società civile. Per l'uomo in quanto bourgeois, "la vita nello
Stato è soltanto apparenza o una momentanea eccezione contro l'essenza
e la regola". Certamente il bourgeois, come l'ebreo, rimane nella vita
solo sofisticamente, così come solo sofisticamente il citoyen rimane
ebreo o bourgeois; ma tale sofistica non è personale. Essa è
la sofistica dello Stato politico stesso. La differenza tra l'uomo religioso
e il cittadino è la differenza tra il commerciante e il cittadino,
tra il salariato giornaliero e il cittadino, tra il proprietario fondiario
e il cittadino, tra l'individuo vivente e il cittadino. La contraddizione
nella quale si trova l'uomo religioso con l'uomo politico, è la medesima
contraddizione nella quale si trova il bourgeois con il citoyen, nella quale
si trova il membro della società civile con il suo travestimento politico.
Questo conflitto mondano, al quale infine si riduce la questione ebraica,
il rapporto dello Stato politico coi suoi presupposti siano pur essi elementi
materiali, come la proprietà privata ecc., o spirituali, come educazione,
religione, il conflitto tra l'interesse generale e l'interesse privato, la
scissione tra lo Stato politico e la società civile, questi contrasti
mondani, Bauer li lascia sussistere, mentre polemizza contro la loro espressione
religiosa. "Proprio il suo fondamento, il bisogno, che assicura alla
società civile la sua esistenza e garantisce la sua necessità,
espone la sua esistenza a continui pericoli; mantiene in essa un elemento
di insicurezza e produce quella mescolanza, in continua vicenda, di miseria
e ricchezza, di indigenza e prosperità, l'avvicendarsi in generale"
(p. 8).
Si confronti l'intera sezione: "La società civile" (p. 8-9),
che è redatta secondo le linee fondamentali della filosofia del diritto
di Hegel. La società civile nel suo contrasto con lo Stato politico
si riconosce necessaria, poiché si riconosce necessario lo Stato politico.
L'emancipazione politica è certamente un grande passo in avanti, non
è però la forma ultima dell'emancipazione umana in generale,
ma è l'ultima forma dell'emancipazione umana entro l'ordine mondiale
attuale. S'intende: noi parliamo qui di reale, di pratica emancipazione.
L'uomo si emancipa politicamente dalla religione confinandola dal diritto
pubblico al diritto privato. Essa non è più lo spirito dello
Stato, dove l'uomo -anche se in modo limitato, sotto forma particolare e in
una particolare sfera- si comporta come specie, in comunità con altri
uomini; essa è divenuta lo spirito della società civile, della
sfera dell'egoismo, del bellum omnium contra omnes. Essa non è più
l'essenza della comunità, ma l'essenza della distinzione. Essa è
divenuta l'espressione della separazione dell'uomo dalla sua comunità,
da sé e dagli altri uomini, ciò ch'essa era originariamente.
Essa è ancora soltanto il riconoscimento astratto dell'assurdità
particolare, del capriccio privato, dell'arbitrio. L'infinito frazionamento
della religione nell'America del Nord, ad es., già esternamente le
conferisce la forma di una faccenda puramente individuale. Essa è stata
relegata nel novero degli interessi privati, e in quanto ente comune esiliata
dalla comunità. Ma non ci si inganni circa i limiti della emancipazione
politica. La scissione dell'uomo nell'uomo pubblico e nell'uomo privato, il
trasferimento della religione dallo Stato alla società civile, non
sono un gradino, sono il compimento dell'emancipazione politica, che pertanto
sopprime la religiosità reale dell'uomo tanto poco quanto poco tende
a sopprimerla.
La scomposizione dell'uomo nell'ebreo e nel cittadino, nel protestante e nel
cittadino, nell'uomo religioso e nel cittadino, questa scomposizione non è
una menzogna contro la qualità di cittadino, non è un modo di
eludere l'emancipazione politica, essa è l'emancipazione politica stessa,
è il modo politico di emanciparsi dalla religione. Certamente: in epoche
in cui lo Stato politico in quanto Stato politico viene generato con violenza
dalla società civile, in cui l'auto-liberazione umana tende a compiersi
sotto la forma dell'auto-liberazione politica, lo Stato può e deve
procedere fino alla soppressione della religione, fino all'annientamento della
religione, ma solo così come procede alla soppressione della proprietà
privata, al massimo, con la confisca, con l'imposta progressiva, come procede
alla soppressione della vita con la ghigliottina. Nei momenti del suo particolare
sentimento di sé, la vita politica cerca di soffocare il suo presupposto,
la società civile e i suoi elementi, e di costituirsi come la reale
e non contraddittoria vita dell'uomo come specie. Essa può questo,
nondimeno, solo attraverso una violenta contraddizione con le sue proprie
condizioni di vita, solo dichiarando permanente la rivoluzione, e il dramma
politico finisce perciò altrettanto necessariamente con la restaurazione
della religione, della proprietà privata, di tutti gli elementi della
società civile, così come la guerra finisce con la pace.
Di più, non il cosiddetto Stato cristiano, che riconosce il cristianesimo
come proprio fondamento, come religione di Stato e si comporta perciò
in modo esclusivo verso le altre religioni, è lo Stato cristiano perfetto,
ma lo è piuttosto lo Stato ateo, lo Stato democratico, lo Stato che
confina la religione tra gli altri elementi della società civile. Lo
Stato che è ancora teologo, che fa ancora in forma ufficiale professione
di fede cristiana, che non osa ancora proclamarsi Stato, non è ancora
riuscito a esprimere in forma mondana, umana nella sua realtà in quanto
Stato, il fondamento umano, la cui espressione esagerata è il cristianesimo.
Il cosiddetto Stato cristiano è semplicemente il non-Stato, poiché
non il cristianesimo come religione, ma soltanto lo sfondo amano della religione
cristiana può attuarsi in creazioni realmente umane.
Il cosiddetto Stato cristiano è la negazione cristiana dello Stato,
e per nulla affatto la realizzazione statale del cristianesimo. Lo Stato che
riconosce ancora il cristianesimo nella forma della religione, non lo riconosce
ancora nella forma dello Stato, perché si comporta ancora religiosamente
verso la religione, cioè esso non è l'attuazione reale del fondamento
umano della religione, poiché ancora si richiama alla irrealtà,
alla figura immaginaria di questo nocciolo umano. Il cosiddetto Stato cristiano
è lo Stato incompiuto, e la religione cristiana gli vale come integrazione
e come santificazione della sua incompiutezza. La religione diviene quindi
per esso necessariamente un mezzo, ed esso è lo Stato della ipocrisia.
È cosa diversa se lo Stato perfetto, a causa del difetto insito nell'essenza
universale dello Stato, annovera la religione tra i propri presupposti, ovvero
se lo Stato imperfetto, a causa del difetto insito nella sua esistenza particolare,
in quanto Stato difettoso, dichiara proprio fondamento la religione. Nell'ultimo
caso la religione diviene politica incompiuta. Nel primo caso nella religione
si mostra la stessa incompiutezza della politica perfetta. Il cosiddetto Stato
cristiano ha bisogno della religione cristiana per potersi completare come
Stato. Lo Stato democratico, lo Stato reale, non ha bisogno della religione
per il proprio completamento politico. Esso può anzi astrarre dalla
religione poichè in esso il fondamento umano della religione è
attuato mondanamente. Il cosiddetto Stato cristiano, viceversa, si comporta
politicamente verso la religione e religiosamente verso la politica. Se abbassa
ad apparenza le forme statali, abbassa tuttavia parimenti ad apparenza la
religione.
Per illustrare questa contraddizione, esaminiamo la costruzione di Bauer dello
Stato cristiano, che è derivata dalla concezione dello Stato cristiano-germanico.
"Di recente -dice Bauer- per dimostrare la impossibilità o non-esistenza
di uno Stato cristiano si è rimandato molto spesso a quei precetti
del Vangelo, che lo Stato [odierno] non solo non segue, ma neppure può
seguire, se non vuole [come Stato] dissolversi completamente". "Ma
la questione non si risolve con tanta facilità. Che cosa esigono dunque
quei precetti evangelici? La rinunzia soprannaturale a se stessi, la sottomissione
all'autorità della rivelazione, l'allontanamento dallo Stato, la soppressione
dei rapporti mondani. Orbene, tutto questo esige ed effettua lo Stato cristiano.
Esso si è appropriato dello Spirito del Vangelo, e se anche non lo
ripete così letteralmente come lo esprime il Vangelo, ciò accade
solo perché esso esprime tale spirito in forme statali, cioè
in forme che sono bensì prese a prestito dall'essenza dello Stato e
da questo mondo, ma nella rigenerazione religiosa che devono subire, vengono
abbassate ad apparenza. È l'allontanamento dallo Stato, il quale per
attuarsi si serve delle forme statali" (p. 55).
Bauer spiega quindi come il popolo dello Stato cristiano sia semplicemente
un non-popolo, non abbia più una volontà propria, ma possegga
la sua vera esistenza nel capo al quale è soggetto, che tuttavia originariamente
e per sua natura gli è estraneo, cioè gli è dato da Dio
e gli è capitato senza sua cooperazione, come le leggi di questo popolo
non siano opera sua bensì rivelazioni positive, come il suo capo supremo
abbia bisogno presso il popolo vero e proprio, presso la massa, di mediatori
privilegiati, come questa massa stessa si disgreghi in una quantità
di circoli particolari che il caso forma e determina, che si differenziano
per i loro interessi, per le loro passioni e i loro pregiudizi particolari,
e che come privilegio ricevano il permesso di isolarsi reciprocamente gli
uni dagli altri, ecc. (p. 56).
Ma Bauer stesso dice: "La politica, se non dev'essere nient'altro che
religione, non può essere politica, così come la pulizia delle
pentole, se deve avere valore di rito religioso, non può essere considerata
una faccenda economica" (p. 108). Nello Stato cristiano-germanico, però,
la religione è una "faccenda economica", come la "faccenda
economica" è religione. Nello Stato cristiano-germanico il dominio
della religione è la religione del dominio.
La separazione dello "spirito del Vangelo" dalla "lettera del
Vangelo" è un atto irreligioso. Lo Stato che fa parlare il Vangelo
con la lettera della politica, cioè con altra lettera che la lettera
dello Spirito Santo, compie un sacrilegio, se non di fronte agli occhi degli
uomini, per lo meno di fronte ai suoi stessi occhi religiosi. A quello Stato
che riconosce il cristianesimo come sua norma suprema, la Bibbia come sua
Carta, si devono contrapporre le parole della Sacra Scrittura, perché
la Scrittura è sacra fin nella parola. Questo Stato, come pure l'immondizia
umana sulla quale esso si basa, dal punto di vista della coscienza religiosa
cade in una contraddizione insormontabile se lo si rimanda a quei precetti
del Vangelo che esso "non solo non segue, ma neppure può seguire,
se non vuole, in quanto Stato dissolversi completamente". E perché
non vuole dissolversi completamente? Esso stesso non può rispondere
a questa domanda, né a sé né ad altri. Dinnanzi alla
sua propria coscienza, lo Stato cristiano ufficiale è un dovere, la
cui realizzazione è irraggiungibile, e soltanto mentendo a se stesso,
esso può constatare la realtà della propria esistenza, e rimane
perciò sempre per se stesso un oggetto di dubbio, un oggetto ambiguo,
problematico. La critica dunque si trova nel pieno diritto di costringere
lo Stato che si richiama alla Bibbia, alla follia della coscienza, in cui
esso stesso non sa più se è una fantasia o una realtà,
in cui l'infamia dei suoi scopi mondani, ai quali la religione serve da mascheratura,
entra in conflitto insolubile con l'onestà della sua coscienza religiosa,
cui la religione appare come lo scopo del mondo. Questo Stato può riscattarsi
dal suo tormento interiore soltanto divenendo lo sbirro della Chiesa cattolica.
Di fronte ad essa, che dichiara proprio corpo servente il potere mondano,
lo Stato è impotente, impotente il potere mondano che asserisce di
essere l'autorità dello spirito religioso.
Nel cosiddetto Stato cristiano ha bensì valore l'estraneazione, ma
non l'uomo. L'unico uomo che abbia valore, il re, è un essere specificamente
distinto dagli altri uomini, e perfino ancora religioso, direttamente collegato
col cielo, con Dio. Le relazioni che qui predominano, sono ancora relazioni
di fede. Lo spirito religioso, dunque, non è ancora realmente mondanizzato.
E del resto lo spirito religioso non può realmente mondanizzarsi: che
cosa è infatti esso stesso se non la forma non mondana di un grado
di sviluppo dello spirito umano? Lo spirito religioso può essere realizzato
solo in quanto il grado di sviluppo dello spirito umano, di cui esso è
l'espressione religiosa, si presenta e si costituisce nella sua forma mondana.
Ciò avviene nello Stato democratico. Non il cristianesimo, bensì
il fondamento umano del cristianesimo è il fondamento di questo Stato.
La religione rimane la coscienza ideale, non mondana, dei suoi membri, poiché
essa è solo la forma ideale del grado di sviluppo umano che in esso
si attua.
I membri dello Stato politico sono religiosi attraverso il dualismo tra la
vita individuale e la vita della specie, tra la vita della società
civile e la vita politica, religiosi in quanto l'uomo si comporta verso la
vita statale posta al di là della sua vera individualità come
verso la sua vita vera, religiosi nella misura in cui la religione è
qui lo spirito della società civile, l'espressione della separazione
e dell'allontanamento dell'uomo dall'uomo. La democrazia politica è
cristiana perché in essa l'uomo, non soltanto un uomo ma ogni uomo,
vale come essere sovrano, come essere supremo; si tratta però dell'uomo
nella sua forma fenomenica non educata, non sociale, l'uomo nella sua esistenza
casuale, l'uomo come vive e cammina, l'uomo guastato qual è da tutta
l'organizzazione della nostra società, perduto, fatto estraneo a se
stesso, posto sotto il dominio di rapporti ed elementi disumani, in una parola,
l'uomo che non è ancora un reale essere della sua specie. La finzione
della fantasia, il sogno, il postulato del cristianesimo, la sovranità
dell'uomo, ma in quanto ente estraneo, differente dall'uomo reale, nella democrazia
è realtà sensibile, presenza, massima mondana.
Nella democrazia perfetta, la stessa coscienza religiosa e teologica ha tanto
più valore religioso, teologico, quanto più in apparenza, è
priva di importanza politica, di scopi terreni, affare dell'animo schivo del
mondo, espressione della limitatezza intellettuale, prodotto dell'arbitrio
e della fantasia, quanto più è realmente una vita oltremondana.
Qui il cristianesimo raggiunge l'espressione pratica del suo significato religioso-universale,
poiché le concezioni del mondo più disparate si raccolgono l'una
accanto all'altra nella forma del cristianesimo, e ancor più perché
pone agli altri non l'esigenza del cristianesimo, bensì ormai solo
quella della religione in generale, di una qualsiasi religione (cfr. il citato
scritto di Beaumont). La coscienza religiosa gode nella ricchezza del contrasto
religioso e della varietà religiosa.
Noi abbiamo dunque mostrato: l'emancipazione politica dalla religione lascia
sussistere la religione, anche se non una religione privilegiata. La contraddizione
nella quale il seguace di una religione particolare si trova con la sua qualità
di cittadino, è solo una parte dell'universale contraddizione mondana
tra lo Stato politico e la società civile. La perfezione dello Stato
cristiano è lo Stato che si riconosce come Stato, e fa astrazione dalla
religione dei suoi membri. L'emancipazione dello Stato dalla religione non
è l'emancipazione dell'uomo reale dalla religione.
Noi non diciamo dunque agli ebrei, con Bauer: voi non potete essere emancipati
politicamente senza emanciparvi radicalmente dal giudaismo. Piuttosto, diciamo
loro: per il fatto che potete essere emancipati politicamente senza abbandonare
completamente e coerentemente il giudaismo, per questo l'emancipazione politica
stessa non è l'emancipazione umana. Se voi ebrei volete essere emancipati
politicamente, senza emancipare voi stessi umanamente, è perché
l'incompletezza e la contraddizione non risiedono in voi soltanto, esse risiedono
nell'essenza e nella categoria della emancipazione politica. Se voi siete
rinchiusi in questa categoria, è perché partecipate dell'universale
soggezione. Come lo Stato agisce secondo il Vangelo, allorché, sebbene
Stato, si comporta cristianamente verso l'ebreo, così l'ebreo agisce
secondo la politica, allorché, sebbene ebreo, esige diritti di cittadinanza.
Ma se l'uomo, quantunque ebreo, può essere emancipato politicamente,
può ricevere diritti di cittadino, può pretendere e ricevere
i cosiddetti diritti dell'uomo? Bauer lo nega. "La questione è
se l'ebreo, in quanto tale, cioè l'ebreo che spontaneamente confessa
di essere costretto per la sua vera essenza a vivere in eterno isolamento
dagli altri, sia capace di ricevere gli universali diritti dell'uomo e di
accordarli ad altri".
"L'idea dei diritti dell'uomo venne scoperta per il mondo cristiano appena
nel secolo scorso. Essa non è innata nell'uomo, viene piuttosto conquistata
solo nella lotta contro le tradizioni storiche nelle quali venne finora allevato
l'uomo. Cosi i diritti umani non sono un dono della natura, non una dote della
storia trascorsa, bensì il premio della lotta contro la casualità
della nascita e contro i privilegi, che la storia di generazione in generazione
ha lasciato in eredità fino ad oggi. Sono il risultato della cultura,
e li può possedere solo colui che se li è guadagnati e meritati".
"Può dunque l'ebreo prenderne realmente possesso? Fino a che egli
è ebreo, bisogna che, sulla natura umana, che dovrebbe legarlo in quanto
uomo agli uomini, l'essenza limitata che lo fa ebreo riporti la vittoria e
lo isoli dai non ebrei. Per tale isolamento, egli dimostra che l'essenza particolare
che fa di lui un ebreo è la sua vera e suprema essenza, dinnanzi alla
quale l'essenza dell'uomo deve cedere".
"Allo stesso modo il cristiano, in quanto cristiano, non può concedere
diritti umani" (pp. 19, 20).
L'uomo, secondo Bauer, deve sacrificare il "privilegio della fede"
per essere in grado di ricevere i diritti umani universali.
Consideriamo, per un istante, i cosiddetti diritti umani, e cioè i
diritti umani nella loro figura autentica, nella figura che possiedono presso
i loro scopritori, i nordamericani e i francesi! In parte questi diritti umani
sono diritti politici, diritti che vengono esercitati solo in comunione con
gli altri. La partecipazione alla comunità, e cioè alla comunità
politica, all'essenza dello Stato, costituisce il loro contenuto. Essi cadono
sotto la categoria della libertà politica, sotto la categoria dei diritti
del cittadino, che, come vedemmo, non presuppongono affatto la soppressione
coerente e positiva della religione, dunque neppure del giudaismo. Rimane
da considerare l'altra parte dei diritti dell'uomo, i droits de l'homme in
quanto essi sono distinti dai droits du citoyen.
Nel loro elenco si trova la libertà di coscienza, il diritto di praticare
un qualsivoglia culto. Il privilegio della fede viene riconosciuto espressamente,
o come diritto dell'uomo, o come conseguenza di un diritto dell'uomo, della
libertà.
Declaration des droits de l'homme et du citoyen, 1791, art. 10: "Nul
ne doit être inquiéte pour ses opinions même religieuses".
Nel titolo I della Costituzione del 1791 viene garantito come diritto umano:
"La liberté à tout homme d'exercer le culte religieux auquel
il est attaché".
Déclaration des droits de l'homme et du citoyen, etc., 1793, annovera
tra i diritti umani, art. 7: "le libre exercice des cultes". Anzi,
in relazione al diritto di manifestare pubblicamente i propri pensieri e le
proprie opinioni, di riunirsi, di praticare il proprio culto, è detto
perfino: "La nécessité d'énoncer ces droits suppose
ou la présence ou le souvenir récent du despotisme". Si
confronti la Costituzione del 1795, titolo XIV, art. 354.
Constitution de Pennsylvanie, Art. 9 § 3: "Tous les hommes ont reçu
de la nature le droit imprescriptibile d'adorer le Tout-Puissant selon les
inspirations de leur conscience, et nul ne peut légalement être
contraint de suivre, instituer ou soutenir contre son gré aucun culte
ou ministère religieux. Nulle autorité humaine ne peut, dans
aucune cas intervenir dans les questions de conscience et contrôler
les pouvoirs de l'âme".
Constitution de New-Hampshire, Artt. 5 e 6: "Au nombre des droits naturels,
quelques-uns sont inaliénables de leur nature, parce que rien n'en
peut être l'équivalent. De ce nombre sont les droits de conscience
" (Beaumont, op. cit., pp. 213-214).
L'inconciliabilità della religione con i diritti dell'uomo è
tanto poco nel concetto dei diritti dell'uomo, che il diritto di essere religioso,
di essere religioso in qualsiasi modo, di praticare il culto della propria
religione particolare, viene anzi espressamente annoverato tra i diritti dell'uomo.
Il privilegio della fede è un diritto universale dell'uomo.
I droits de l'homme, i diritti dell'uomo, vengono in quanto tali distinti
dai droits du citoyen, dai diritti del cittadino. Chi è l'homme distinto
dal citoyen? Nient'altro che il membro della società civile. Perché
il membro della società civile viene chiamato "uomo", uomo
senz'altro, perché i suoi diritti vengono chiamati "diritti dell'uomo"?
Donde spieghiamo questo fatto? Dal rapporto dello Stato politico con la società
civile, dall'essenza dell'emancipazione politica.
Innanzi tutto costatiamo il fatto che i cosiddetti diritti dell'uomo, i droits
de l'homme, come distinti dai droits du citoyen non sono altro che i diritti
del membro della società civile, cioè dell'uomo egoista, dell'uomo
separato dall'uomo e dalla comunità. La costituzione più radicale,
la costituzione del 1793 può dire:
"Déclar. des droits de l'homme et du citoyen":
Art. 2.: "Ces droits, etc. (les droits naturels et imprescriptibles)
sont: l'égalíté, la líberté, la sûreté,
la propriété".
In che consiste la líberté?
Art. 6.: "La liberté est le pouvoir qui appartient à l'homme
de faire tout ce qui ne nuit pas aux droits d'autrui", secondo la Dichiarazione
dei diritti dell'uomo del 1791: "La liberté consiste à
pouvoir faire tout ce qui ne nuit pas à autrui".
La libertà è dunque il diritto di fare ed esercitare tutto ciò
che non nuoce ad altri. Il confine entro il quale ciascuno può muoversi
senza nocumento altrui, è stabilito per mezzo della legge, come il
limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo. Si tratta della
libertà dell'uomo in quanto monade isolata e ripiegata su se stessa.
Perché l'ebreo, secondo Bauer, è incapace di ricevere i diritti
dell'uomo? "Fino a che egli è ebreo, bisogna che, sulla natura
umana, che dovrebbe legarlo in quanto uomo agli uomini, l'essenza limitata
che lo fa ebreo riporti la vittoria e lo isoli dai non ebrei". Ma il
diritto dell'uomo alla libertà si basa non sul legame dell'uomo con
l'uomo, ma piuttosto sull'isolamento dell'uomo dall'uomo. Esso è il
diritto a tale isolamento, il diritto dell'individuo limitato, limitato a
se stesso.
L'utilizzazione pratica del diritto dell'uomo alla libertà è
il diritto dell'uomo alla proprietà privata?
In che consiste il diritto dell'uomo alla proprietà privata?
Art. 16, (Const. de 1793): "Le droít de proprieté est celui
qui appartient à tout citoyen de jouir et de disposer à son
gré de ses biens, de ses revenus, du fruit de son travaìl et
de son industrie" .
Il diritto dell'uomo alla proprietà privata è dunque il diritto
di godere arbitrariamente (à son gré), senza riguardo agli altri
uomini, indipendentemente dalla società, della propria sostanza e di
disporre di essa, il diritto dell'egoismo. Quella libertà individuale,
come questa utilizzazione della medesima, costituiscono il fondamento della
società civile. Essa lascia che ogni uomo trovi nell'altro uomo non
già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua libertà.
Ma essa proclama innanzi tutto il diritto dell'uomo "de jouir et de disposer
à son gré de ses biens, de ses revenus, du fruit de son travail
et de son industrie".
Restano ancora gli altri diritti dell'uomo, la égalité e la
sûreté.
L'égalité, qui nel suo significato non politico, non è
altro che l'uguaglianza della libertà sopra descritta, e cioè:
che ogni uomo viene ugualmente considerato come una siffatta monade che riposa
su se stessa. La Costituzione del 1795 stabilisce così il concetto
di tale uguaglianza, conforme al suo significato:
Art. 5 (Const. de 1795): "L'egalité consiste en ce que la loi
est la même pour tous, soit qu'elle protège, soit qu'elle punisse".
E la sûreté?
Art. 8 (Const. de 1795): "La sûreté consiste dans la Protection
accordée par la société à chacun de ses membres
pour la conservation de sa personne, de ses droits et des ses propriétés".
La sicurezza è il più alto concetto sociale della società
civile, il concetto della polizia, che l'intera società esiste unicamente
per garantire a ciascuno dei suoi membri la conservazione della sua persona,
dei suoi diritti e della sua proprietà. In tal senso Hegel chiama la
società civile: "Lo Stato del bisogno e dell'intelletto".
Per il concetto di sicurezza la società civile non si innalza oltre
il suo egoismo. La sicurezza è piuttosto l'assicurazione del suo egoismo.
Nessuno dei cosiddetti diritti dell'uomo oltrepassa dunque l'uomo egoistico,
l'uomo in quanto è membro della società civile, cioè
individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio
privato, e isolato dalla comunità. Ben lungi dall'essere l'uomo inteso
in essi come specie, la stessa vita della specie, la società, appare
piuttosto come una cornice esterna agli individui, come limitazione della
loro indipendenza originaria. L'unico legame che li tiene insieme è
la necessità naturale, il bisogno e l'interesse privato, la conservazione
della loro proprietà e della loro persona egoistica.
È già abbastanza enigmatico il fatto che un popolo, il quale
appunto incomincia a liberarsi, ad abbattere tutte le barriere tra i diversi
membri del popolo, a fondare una comunità politica, che un tale popolo
proclami solennemente (Déclar. de 1791) il diritto dell'uomo egoista,
isolato dal suo simile e dalla comunità, anzi ripeta tale proclamazione
in un momento in cui soltanto la più eroica dedizione può salvare
la Nazione ed è perciò imperiosamente richiesta, in un momento
in cui dev'essere posto all'ordine del giorno il sacrificio di tutti gli interessi
della società civile, e l'egoismo dev'essere punito come un delitto
(Décl. des droits de l'homme etc. de 1793). Ancor più enigmatico
diviene questo fatto quando vediamo che la cittadinanza, la comunità
politica viene abbassata dagli emancipatori politici addirittura a mero mezzo
per la conservazione di questi cosiddetti diritti dell'uomo, che pertanto
il citoyen viene considerato servo dell'homme egoista, che la sfera nella
quale l'uomo si comporta come ente comune viene degradata al di sotto della
sfera nella quale esso si comporta come ente parziale, infine che non l'uomo
come citoyen, bensì l'uomo come bourgeois viene preso per l'uomo vero
e proprio.
"Le but de toute association politique est la conservation des droits
naturels et imprescriptibles de l'homme" (Déclar. des droits etc.
de 1791, art. 2). "Le gouvernement est institué pour garantir
à l'homme la jouissance de ses droits naturels et imprescriptibles"
(Déclar. etc. de 1793, art. 1). Così, perfino nei momenti di
un entusiasmo ancor giovanile ed esaltato dall'urgere delle circostanze, la
vita politica si dimostra come puro mezzo, il cui scopo è la vita della
società civile. In effetti, la sua prassi rivoluzionaria si trova in
flagrante contraddizione con la sua teoria. Mentre, ad es., la sicurezza viene
dichiarata un diritto dell'uomo, la violazione del segreto epistolare viene
posta pubblicamente all'ordine del giorno. Mentre la "liberté
indefinie de la presse" (Const. de 1793, art. 122) viene garantita come
conseguenza del diritto dell'uomo alla libertà individuale, la libertà
di stampa viene completamente annullata, dacchè "la liberté
de la presse ne doit pas être permise lorqu'elle compromets la liberté
publique" (Robespierre jeune, Hist. parlam. de la rev. franç.
par Buchez et Roux, T. 28, p. 159), cioè dunque: il diritto dell'uomo
alla libertà cessa di essere un diritto non appena entra in conflitto
con la vita politica, mentre, secondo la teoria, la vita politica è
soltanto la garanzia dei diritti dell'uomo, dei diritti dell'uomo individuale,
insomma dev'essere abbandonata non appena contraddice al suo scopo, a questi
diritti dell'uomo. Ma la prassi è soltanto l'eccezione, e la teoria
è la regola. Che se poi si vuol considerare la prassi rivoluzionaria
come la giusta impostazione del rapporto, rimane tuttavia da risolvere ancora
l'enigma, perché nella coscienza degli emancipatori politici il rapporto
venga capovolto, e lo scopo appaia come mezzo, il mezzo come scopo. Questa
illusione ottica della loro coscienza sarebbe ancor sempre il massimo enigma,
ancorché un enigma psicologico, teorico.
L'enigma si risolve semplicemente.
L'emancipazione politica è contemporaneamente la dissoluzione della
vecchia società, sulla quale riposa l'essenza dello Stato estraniato
dal popolo, la potenza sovrana. La rivoluzione politica è la rivoluzione
della società civile. Qual era il carattere della vecchia società?
Una sola parola la caratterizza: la feudalità. La vecchia società
civile aveva immediatamente un carattere politico, cioè, gli elementi
della vita civile, come ad es. la proprietà o la famiglia, o la maniera
del lavoro, nella forma del dominio fondiario, dello stato e della corporazione
erano innalzati a elementi della vita dello Stato. In tale forma essi determinavano
il rapporto del singolo individuo verso la totalità statale, cioè
il suo rapporto politico, cioè il suo rapporto di separazione ed esclusione
dalle altre parti costitutive della società. Quell'organizzazione della
vita del popolo, infatti, non innalzava ad elementi sociali il possesso o
il lavoro, ma piuttosto perfezionava la loro separazione dalla totalità
statale e le costituiva in società particolari nella società.
Così intanto le funzioni e le condizioni di vita della società
civile erano ancor sempre politiche, anche se politiche nel senso della feudalità,
cioè esse escludevano l'individuo dalla totalità statale, esse
trasformavano il rapporto particolare della sua corporazione verso lo Stato
nel suo proprio rapporto universale verso la vita del popolo, così
come la sua determinata attività e situazione civile nella sua attività
e situazione universale. Come conseguenza di questa organizzazione, l'unità
statale, come la coscienza, la volontà e l'attività dell'unità
statale, la potenza universale dello Stato, appare necessariamente appunto
come affare particolare di un sovrano, diviso dal popolo, e dei suoi servi.
La rivoluzione politica che abbatté questa potenza sovrana e innalzò
gli affari dello Stato ad affari del popolo, che costituì lo Stato
politico come affare universale, cioè come Stato reale, spezzò
necessariamente tutti gli stati, corporazioni, arti, privilegi, che erano
altrettante espressioni delle separazioni del popolo dalla sua comunità.
La rivoluzione politica soppresse con ciò il carattere politico della
società civile. Essa spezzò la società civile nelle sue
parti costitutive semplici, da un lato gli individui, dall'altro gli elementi
materiali e spirituali che costituiscono il contenuto della vita, la situazione
civile di questi individui. Essa svincolò lo spirito politico, che
era parimenti diviso, disgiunto, disperso nei diversi vicoli ciechi della
società feudale; lo raccolse da tale smembramento, lo liberò
dalla sua mescolanza con la vita civile e lo costituì come la sfera
della comunità, dell'universale attività del popolo, in una
ideale indipendenza da quegli elementi particolari della vita civile. La determinata
attività e le determinate condizioni di vita decaddero a significato
solo individuale. Esse non formarono più il rapporto universale dell'individuo
nei confronti della totalità dello Stato. La cosa pubblica in quanto
tale divenne piuttosto l'affare universale di ciascun individuo, e la funzione
politica divenne la sua funzione universale.
Soltanto, il compimento dell'idealismo dello Stato fu contemporaneamente il
compimento del materialismo della società civile. L'abbattimento del
giogo politico fu contemporaneamente l'abbattimento dei legami che tenevano
vincolato lo spirito egoista della società civile. L'emancipazione
politica fu contemporaneamente l'emancipazione della società civile
dalla politica, dall'apparenza stessa di un contenuto universale.
La società feudale era dissolta nel suo fondamento: l'uomo. Ma l'uomo
quale realmente era, in quanto suo fondamento, l'uomo egoista.
Quest'uomo, il membro della società civile, è ora la base, il
presupposto dello Stato politico. Egli è da esso riconosciuto come
tale nei diritti dell'uomo.
La libertà dell'uomo egoista e il riconoscimento di questa libertà
è però piuttosto il riconoscimento dello sfrenato movimento
degli elementi spirituali e materiali che formano il contenuto della sua vita.
L'uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la
libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà.
Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato
dall'egoismo dell'industria, ricevette la libertà dell'industria. La
costituzione dello Stato politico e la dissoluzione della società civile
negli individui indipendenti -il cui rapporto è il diritto, così
come il rapporto degli uomini degli stati e delle arti era il privilegio-
si adempie in un medesimo atto. L'uomo in quanto membro della società
civile, l'uomo non politico, appare perciò necessariamente come l'uomo
naturale. I droits de l'homme appaiono come droits naturels, dacché
l'attività autocosciente si concentra nell'atto politico. L'uomo egoistico
è il risultato passivo e soltanto trovato della società dissolta,
oggetto della certezza immediata, dunque oggetto naturale. La rivoluzione
politica dissolve la vita civile nelle sue parti costitutive, senza rivoluzionare
queste parti stesse né sottoporle a critica. Essa si comporta verso
la società civile, verso il mondo dei bisogni, del lavoro, degli interessi
privati, del diritto privato, come verso il fondamento della propria esistenza,
come verso un presupposto non altrimenti fondato, perciò, come verso
la sua base naturale. Infine l'uomo, in quanto è membro della società
civile, vale come uomo vero e proprio, come l'homme distinto dal citoyen,
poiché egli è l'uomo nella sua immediata esistenza sensibile
individuale, mentre l'uomo politico è soltanto l'uomo astratto, artificiale,
l'uomo come persona allegorica, morale. L'uomo reale è riconosciuto
solo nella figura dell'individuo egoista, l'uomo vero solo nella figura del
citoyen astratto.
L'astrazione dell'uomo politico è esattamente così descritta
da Rousseau:
"Celui qui ose entreprendre d'instituer un peuple doit se sentir en état
de changer pour ainsi dire la nature humaine, de transformer chaque individu,
qui par lui-même est un tout parfait et solitaire, en partie d'un plus
grand tout dont cet individu reçoive en quelque sorte sa vie et son
être, de substituer une existence partielle et morale à l'existence
physique et indépendante. Il faut qu'il ôte à l'homme
ses forces propres pour lui eri donner qui lui soient étrangères
et dont il ne puisse faire usage sans le secour d'autruì" (Contr.
soc., liv. II, Londr. 1782, p. 67).
Ogni emancipazione è un ricondurre il mondo umano, i rapporti umani
all'uomo stesso.
L'emancipazione politica è la riduzione dell'uomo, da un lato, a membro
della società civile, all'individuo egoista indipendente, dall'altro,
al cittadino, alla persona morale.
Solo quando l'uomo reale, individuale riassume in sé il cittadino astratto,
e come uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale,
nei suoi rapporti individuali è divenuto membro della specie umana,
soltanto quando l'uomo ha riconosciuto e organizzato le sue "forces propres"
come forze sociali, e perciò non separa più da sè la
forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l'emancipazione
umana è compiuta.
II
Bruno Bauer: La capacità degli ebrei e dei cristiani d'oggi di diventar
liberi. ("Ventun fogli", pp. 56-71).
In questa forma Bauer tratta il rapporto della religione ebraica e cristiana
come il rapporto di esse verso la critica. Il loro rapporto verso la critica
è il loro rapporto "verso la capacità di diventar liberi".
Ne consegue: "Il cristiano deve sormontare solo un gradino, vale a dire
la sua religione, per abbandonare la religione in generale", quindi per
diventar libero; "l'ebreo, viceversa, deve romperla non soltanto con
la sua essenza di ebreo, ma anche con lo sviluppo, il compimento della sua
religione, con uno sviluppo che gli è rimasto estraneo" (p. 71).
Bauer dunque trasforma qui la questione dell'emancipazione degli ebrei in
una pura questione religiosa. Lo scrupolo teologico: chi ha maggiore possibilità
di salvarsi, l'ebreo o il cristiano, si ripete nella forma illuminata: chi
dei due è più capace di emancipazione? In effetti , non ci si
domanda più: il giudaismo o il cristianesimo rendono liberi? ma piuttosto:
che cosa rende più liberi, la negazione del giudaismo o la negazione
del cristianesimo?
"Se vogliono diventar liberi, gli ebrei non devono professare il cristianesimo,
ma un cristianesimo dissolto, una religione dissolta in generale, cioè
l'illuminismo, la critica ed il loro risultato, la libera umanità"
(p. 70).
Sì tratta ancor sempre per gli ebrei, di una professione di fede ma
non più di professare il cristianesimo, bensì un cristianesimo
dissolto.
Bauer pone agli ebrei l'esigenza di romperla con l'essenza della religione
cristiana, una esigenza che, com'egli stesso dice, non risulta dallo sviluppo
dell'essenza ebraica.
Dato che alla fine della Questione ebraica Bauer aveva concepito il giudaismo
solo come la grossolana critica religiosa al cristianesimo, e aveva quindi
conferito ad esso un'importanza "soltanto" religiosa, era da prevedersi
che anche l'emancipazione degli ebrei si sarebbe trasformata in un atto filosofico-teologico.
Bauer intende l'essenza ideale astratta dell'ebreo, la sua religione, come
la sua intera essenza. A ragione perciò egli conclude: "L'ebreo
non dà nulla all'umanità quando sdegna per se stesso la sua
legge limitata", quando sopprime interamente il suo giudaismo (p. 65).
Il rapporto tra gli ebrei e i cristiani diviene di conseguenza il seguente:
l'unico interesse del cristiano all'emancipazione dell'ebreo è un interesse
generalmente umano, un interesse teoretico. Il giudaismo è un fatto
oltraggioso per l'occhio religioso del cristiano. Non appena il suo occhio
cessa di essere religioso, questo fatto cessa di essere oltraggioso. In sé
e per se, l'emancipazione dell'ebreo non è un lavoro per il cristiano.
L'ebreo, viceversa, per liberarsi ha da sostenere non soltanto il suo proprio
lavoro, ma anche il lavoro del cristiano, la Critica dei sinottici, la Vita
di Gesù [1], ecc.
"Questo è affar loro: essi determineranno a se stessi il proprio
destino; la storia però non si lascia beffare" (p. 71).
Noi cerchiamo di rompere la formulazione teologica della questione. La questione
della capacità dell'ebreo ad emanciparsi si trasforma per noi nella
questione di quale particolare elemento sociale sia da superare per sopprimere
il giudaismo. Infatti la capacità ad emanciparsi dell'ebreo d'oggi
è il rapporto del giudaismo verso l'emancipazione del mondo di oggi.
Tale rapporto risulta necessariamente dalla posizione particolare del giudaismo
nell'asservito mondo odierno.
Consideriamo l'ebreo reale mondano, non l'ebreo del Sabbath, come fa Bauer,
ma l'ebreo di tutti i giorni.
Cerchiamo il segreto dell'ebreo non nella sua religione, bensì cerchiamo
il segreto della religione nell'ebreo reale.
Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l'egoismo.
Qual è il culto mondano dell'ebreo? Il traffico. Qual è il suo
Dio mondano? Il denaro.
Ebbene. L'emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico,
reale, sarebbe l'autoemancipazione del nostro tempo.
Un'organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico,
dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l'ebreo.
La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella
vitale atmosfera reale della società. D'altro lato: se l'ebreo riconosce
come non valida questa sua essenza pratica e lavora per la sua eliminazione,
egli si svincola dal suo sviluppo passato verso l'emancipazione umana senz'altro,
e si volge contro la più alta espressione pratica dell'autoestraneazione
umana.
Noi riconosciamo dunque nel giudaismo un universale elemento attuale antisociale,
il quale, attraverso lo sviluppo storico, cui gli ebrei per questo lato cattivo
hanno collaborato con zelo, venne sospinto fino al sua presente vertice, un
vertice sul quale deve necessariamente dissolversi.
L'emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione
dell'umanità dal giudaismo.
L'ebreo si è già emancipato in modo giudaico. "L'ebreo
che, ad es. a Vienna, è solo tollerato, con la sua potenza finanziaria
determina il destino di tutto l'Impero. L'ebreo, che nel più piccolo
Stato tedesco può essere privo di diritti, decide delle sorti dell'Europa.
"Mentre le corporazioni e i mestieri sono chiusi all'ebreo o non gli
sono ancora favorevoli, l'arditezza dell'industria si fa beffe della ostinatezza
degli istituti medioevali" (B. Bauer, Judenfrage, p. 114).
Questo non è un fatto isolato. L'ebreo si è emancipato in modo
giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro,
ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui e senza di lui è
diventato una potenza mondiale, e lo spirito pratico dell'ebreo, lo spirito
pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in
cui i cristiani sono diventati ebrei.
Il pio e politicamente libero abitante della Nuova Inghilterra, riferisce
ad es. il colonnello Hamilton, "è una specie di Laocoonte, il
quale non fa neppure il più piccolo sforzo per liberarsi dai serpenti
che lo avvincono. Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto
con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo.
La terra ai loro occhi altro non è se non una Borsa, ed essi sono convinti
di non avere quaggiù altra destinazione che quella di diventare più
ricchi dei loro vicini. Il traffico si è impossessato di tutti i loro
pensieri, lo scambio degli oggetti forma il loro unico svago. Quando viaggiano,
si portano in giro, per così dire, le loro merci e il loro banco sulla
schiena, e non parlano che di interessi e di guadagno. Se per un istante perdono
d'occhio i loro affari ciò avviene soltanto per ficcare il naso in
quelli degli altri".
Invero la signoria pratica del giudaismo sul mondo cristiano ha raggiunto
nel Nordamerica l'espressione non equivoca, normale, così che l'annunzio
stesso dei Vangelo, la predicazione cristiana è divenuto un articolo
di commercio, e il commerciante fallito traffica in Vangelo come l'evangelista
arricchito traffica negli affari. "Tel que vous voyez à la tête
d'une congrégation respectable a commencé par être marchand;
son commerce étant tombé, il s'est fait ministre; cet autre
a débuté par le sacerdoce, -mais dès qu'il a eu quelque
somme d'argent à sa disposition, il a laissé la chaire pour
le negoce. Aux yeux d'un grand nombre, le ministère religieux est une
véritable carrière industrielle" (Beaumont, op. cit., pp.
185, 186).
Secondo Bauer, è una situazione ipocrita, che in teoria all'ebreo vengano
rifiutati i diritti politici, mentre in pratica egli possiede un potere enorme
ed esercita en gros la sua influenza politica, che en détail gli viene
ridotta (Judenfrage, p. 114).
La contraddizione in cui si trova la potenza politica pratica dell'ebreo con
i suoi diritti politici, è la contraddizione della politica e della
potenza del denaro in generale. Mentre la prima sta idealmente al di sopra
della seconda, nel fatto ne è divenuta la serva.
Il giudaismo si è mantenuto a lato del cristianesimo non soltanto come
critica religiosa del cristianesimo, non soltanto come dubbio vivente sulla
nascita religiosa del cristianesimo, ma parimenti perché lo spirito
pratico-giudaico, perché il giudaismo si è mantenuto nella società
cristiana, anzi vi ha ottenuto la sua massima perfezione. L'ebreo, che sta
nella società civile come membro particolare, è solo la manifestazione
particolare dei giudaismo della società civile.
Il giudaismo si è conservato non già malgrado la storia, bensì
per la storia.
Dalle sue proprie viscere la società civile genera continuamente l'ebreo.
Qual era in sé e per sé il fondamento della religione ebraica?
Il bisogno pratico, l'egoismo.
Il monoteismo dell'ebreo è perciò, nella realtà, il politeismo
dei molti bisogni, un politeismo che persino della latrina fa un oggetto della
legge divina. Il bisogno pratico, l'egoismo, è il principio della società
civile, ed emerge come tale puramente, non appena la società civile
abbia completamente partorito lo Stato politico. Il Dio del bisogno pratico
e dell'egoismo è il denaro.
Il denaro è il geloso Dio d'Israele, di fronte al quale nessun altro
Dio può esistere. Il denaro avvilisce tutti gli Dei dell'uomo e li
trasforma in una merce. Il denaro é il valore universale: per sé
costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero,
il mondo dell'uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è
l'essenza, fatta estranea all'uomo, del suo lavoro e della sua esistenza,
e questa essenza estranea lo domina, ed egli l'adora.
Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano.
La cambiate è il Dio reale dell'ebreo. Il suo Dio è soltanto
la cambiale illusoria.
La concezione che si acquista della natura sotto la signoria della proprietà
privata e del denaro, è il reale disprezzo, la pratica degradazione
della natura, che esiste bensì nella religione ebraica, ma esiste soltanto
nell'immaginazione.
In questo senso Tommaso Münzer dichiara insopportabile "che tutte
le creature siano diventate proprietà, i pesci nell'acqua gli uccelli
nell'aria, le piante sulla terra: anche la creatura dovrebbe diventar libera".
Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo
della teoria, dell'arte, della storia, dell'uomo come fine a se stesso, è
il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell'uomo del denaro.
Lo stesso rapporto sessuale, il rapporto tra uomo e donna ecc., diviene un
oggetto di commercio! La donna è oggetto di traffico.
La chimerica nazionalità dell'ebreo è la nazionalità
del commerciante, in generale dell'uomo del denaro.
la legge, campata in aria, dell'ebreo è soltanto la caricatura religiosa
della moralità campata in aria e del diritto in generale, dei riti
soltanto formali, dei quali si circonda il mondo dell'egoismo.
Anche qui il rapporto più alto dell'uomo è il rapporto legale,
il rapporto verso le leggi, che per lui valgono non perché siano le
leggi della sua propria volontà ed essenza, ma perché esse dominano
e perché la loro trasgressione viene punita.
Il gesuitismo giudaico, il medesimo gesuitismo pratico che Bauer indica nel
Talmud, è il rapporto del mondo dell'interesse individuale con le leggi
che lo dominano, la cui astuta elusione è l'arte suprema di questo
mondo.
Invero, il movimento di questo mondo entro le sue leggi è necessariamente
una costante soppressione della legge.
Il giudaismo, come religione, non ha potuto, da un punto di vista teorico
svilupparsi ulteriormente, poiché la concezione del bisogno pratico
è per sua natura limitata e si esaurisce in pochi tratti.
La religione del bisogno pratico, per la sua essenza, poteva trovare il compimento
non nella teoria ma soltanto nella prassi, appunto perché la sua verità
è la prassi.
Il giudaismo non poteva creare un nuovo mondo; esso poteva solo attirare nell'ambito
della propria attività le nuove creazioni ed i nuovi rapporti del mondo,
perché il bisogno pratico, il cui intelletto è l'egoismo, si
comporta passivamente e non si amplia a piacere, ma si trova ampliato con
il progressivo sviluppo delle condizioni sociali.
Il giudaismo raggiunge il suo vertice col perfezionamento della società
civile; ma la società civile si compie soltanto nel mondo cristiano.
Soltanto sotto la signoria del cristianesimo, che rende esteriori all'uomo
tutti i rapporti nazionali, naturali, etici, teoretici, la società
civile poteva separarsi completamente dalla vita dello Stato, lacerare tutti
i nostri legami dell'uomo con la specie, porre l'egoismo, il bisogno particolaristico,
al posto di questi legami con la specie, dissolvere il mondo degli uomini
in un mondo di individui atomistici, ostilmente contrapposti gli uni agli
altri.
Il cristianesimo è scaturito dal giudaismo. Nel giudaismo esso si è
nuovamente dissolto.
Il cristiano era fin da principio l'ebreo teorizzante, l'ebreo è perciò
il cristiano pratico, ed il cristiano pratico è diventato nuovamente
ebreo.
Solo in apparenza il cristianesimo aveva superato il giudaismo. Esso era troppo
nobile, troppo spiritualistico per rimuovere la grossolanità del bisogno
pratico in altro modo che mediante l'elevazione nel puro aere.
Il cristianesimo è il pensiero sublime del giudaismo, il giudaismo
è la piatta applicazione del cristianesimo, ma questa applicazione
poteva diventare universale soltanto dopo che il cristianesimo in quanto religione
perfetta avesse compiuto teoricamente l'autoestraneazione dell'uomo da sé
e dalla natura.
Appena allora il giudaismo poteva pervenire alla signoria universale e fare
dell'uomo espropriato, della natura espropriata oggetti alienabili, vendibili,
caduti sotto la schiavitù del bisogno egoistico, del traffico.
L'alienazione è la pratica dell'espropriazione. Come l'uomo, fino a
che è impigliato nella religione, sa oggettivare il proprio essere
soltanto facendone un estraneo essere fantastico, così sotto il dominio
del bisogno egoistico egli può operare praticamente, praticamente produrre
oggetti, soltanto ponendo i propri prodotti, come la propria attività,
sotto il dominio di un essere estraneo, e conferendo ad essi il significato
di un essere estraneo: il denaro.
Il cristiano egoismo della beatitudine nella sua pratica compiuta si capovolge
necessariamente nell'egoismo fisico dell'ebreo, il bisogno celeste in quello
terreno, il soggettivismo nell'egoismo. Noi spieghiamo la tenacia dell'ebreo
non con la sua religione, ma piuttosto col fondamento umano della sua religione,
il bisogno pratico, l'egoismo.
Poiché l'essenza reale dell'ebreo nella società civile si è
universalmente realizzata, mondanizzata, la società civile non poteva
convincere l'ebreo della irrealtà della sua essenza religiosa, che
è appunto soltanto la concezione ideale del bisogno pratico. Non quindi
nel Pentateuco o nel Talmud, ma nella società odierna noi troviamo
l'essenza dell'ebreo odierno, non come essere astratto ma come essere supremamente
empirico, non soltanto come limitatezza dell'ebreo, ma come limitatezza giudaica
della società.
Non appena la società perverrà a sopprimere l'essenza empirica
del giudaismo, il traffico e i suoi presupposti, l'ebreo diventerà
impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun
oggetto, perché la base soggettiva dei giudaismo, il bisogno pratico
si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell'esistenza
individuale sensibile con l'esistenza dell'uomo come specie.
L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società
dal giudaismo.
Note
1. Leben Jesu (1835) di D. F. Strauss e Kritik der evangelischen Geschichte
der Synoptiker (1841) di B. Bauer.